"Andiamo a fare quatto salti…"

Lo sport, si sa, è un ottimo nutrimento per il corpo e per lo spirito, se fatto in maniera pulita, naturale e sociale. Purtroppo, troppo spesso, siamo abituati a vedere le discipline sportive, almeno quelle più diffuse nel Paese, infarcite di iperagonismo, di competitività estrema, di business. Per primeggiare nello sport, e non parlo solo dei livelli professionistici, si farebbe qualsiasi cosa: frodare, doparsi, ingannare, mentire, truffare. Tutti questi aspetti hanno inquinato questo mondo e il povero De Coubertin, quello del famoso motto “L’importante non è vincere, ma partecipare”, si starà rivoltando nella tomba osservando gli spalti dei campetti di periferia stracolmi di padri frustrati che incitano i propri figli dai cinque anni in su, inveendo contro di loro per una palla persa o contro un bambino “con la divisa di un altro colore” per un’entrata un po’ più dura ma, in fondo, in fondo, innocente.

Lo sport, si sa, è un ottimo nutrimento per il corpo e per lo spirito, se fatto in maniera pulita, naturale e sociale. Purtroppo, troppo spesso, siamo abituati a vedere le discipline sportive, almeno quelle più diffuse nel Paese, infarcite di iperagonismo, di competitività estrema, di business. Per primeggiare nello sport, e non parlo solo dei livelli professionistici, si farebbe qualsiasi cosa: frodare, doparsi, ingannare, mentire, truffare. Tutti questi aspetti hanno inquinato questo mondo e il povero De Coubertin, quello del famoso motto “L’importante non è vincere, ma partecipare”, si starà rivoltando nella tomba osservando gli spalti dei campetti di periferia stracolmi di padri frustrati che incitano i propri figli dai cinque anni in su, inveendo contro di loro per una palla persa o contro un bambino “con la divisa di un altro colore” per un’entrata un po’ più dura ma, in fondo, in fondo, innocente.

Eppure, in questo mondo cannibalistico, qualche sacca di resistenza umana c’è ancora. Qualcuno che si incontra per il puro piacere di stare bene insieme, per condividere un interesse, una passione, esiste. Ci sono degli amatori in tutti gli sport, a partire dal frenetico “pallone”, mossi, appunto, dall’amore per la disciplina che praticano e che non scambierebbero per niente al mondo il piacere che lo sport dà, ogni volta che si allaccino gli scarpini piuttosto che si infilino gli occhialini o che si tiri a canestro. Se pensiamo, poi, alla miriade di sport cosiddetti “minori” che, in quanto tali a livello di numeri, hanno nella passione la ragione di vita principale, il numero e le esperienze di questo tipo aumentano esponenzialmente. In queste discipline, molto spesso, si fa di necessità virtù, ci si arrangia, non avendo a disposizione i capitali che altri sport, mossi dallo showbiz, hanno.

Ma ce ne sono altri ancora che coniugano con armonia l’intensa passione, la grande fatica e la scarsità di mezzi e ne fanno un miscela unica e additiva. In alcuni sport, infatti, il campo di allenamento e di gara è il mondo: non si ha bisogno di palestre, costosi attrezzi, divise sgargianti, basta guardarsi intorno e vedere sotto una luce diversa quello che ci circonda. È quello che succede a chi pratica il parkour… Parkour? E cos’è? Presto detto: “Il principale obiettivo di questa disciplina è quello di raggiungere la padronanza del corpo e della mente per superare gli ostacoli che ci circondano, tracciando un percorso che vada da un punto A ad un punto B nella maniera più fluida possibile.” Questa la definizione che si trova sul sito www.parkour.it. Chiaro, no?

Insomma, dove noi vediamo un muretto da aggirare, una buca da evitare, gli amanti del parkour ci vedono un percorso dove effettuare salti ed evoluzioni degne di acrobati. Questo, oltre che uno sport sano, può considerarsi una filosofia. Fermatevi un attimo a riflettere. Pensate a questi ragazzi: in una periferia di una città qualsiasi, grigia, triste e sporca, riescono a vedere il loro campo di allenamento. Immaginateli: come riscaldamento, prima dell’attività agonistica vera e propria, imbracciano scope e ramazze per bonificare quel pezzo di asfalto e cemento, rendendolo agibile mentre fremono per poter mettere le mani, in sicurezza, su quei muri, per poter saltare quegli ostacoli che non sono quelli dei 110 metri ma che sono le buche più o meno grandi di tutte le strade del mondo. Ecco allora che anche il concetto di periferia viene ribaltato e viene data una possibilità di riscatto a quelli che tradizionalmente sono considerati dei non-luoghi, delle terre di nessuno. Ed ecco che lo sport si fonde con la filosofia urbana e, insieme al senso civico, fanno il parkour. Ed è quello che vediamo coi nostri occhi quando andiamo a trovare i ragazzi di Rhizai, un’associazione di Trani che da qualche tempo pratica questa disciplina.

Lo sport, si sa, è un ottimo nutrimento per il corpo e per lo spirito, se fatto in maniera pulita, naturale e sociale. Purtroppo, troppo spesso, siamo abituati a vedere le discipline sportive, almeno quelle più diffuse nel Paese, infarcite di iperagonismo, di competitività estrema, di business. Per primeggiare nello sport, e non parlo solo dei livelli professionistici, si farebbe qualsiasi cosa: frodare, doparsi, ingannare, mentire, truffare. Tutti questi aspetti hanno inquinato questo mondo e il povero De Coubertin, quello del famoso motto “L’importante non è vincere, ma partecipare”, si starà rivoltando nella tomba osservando gli spalti dei campetti di periferia stracolmi di padri frustrati che incitano i propri figli dai cinque anni in su, inveendo contro di loro per una palla persa o contro un bambino “con la divisa di un altro colore” per un’entrata un po’ più dura ma, in fondo, in fondo, innocente.

Eppure, in questo mondo cannibalistico, qualche sacca di resistenza umana c’è ancora. Qualcuno che si incontra per il puro piacere di stare bene insieme, per condividere un interesse, una passione, esiste. Ci sono degli amatori in tutti gli sport, a partire dal frenetico “pallone”, mossi, appunto, dall’amore per la disciplina che praticano e che non scambierebbero per niente al mondo il piacere che lo sport dà, ogni volta che si allaccino gli scarpini piuttosto che si infilino gli occhialini o che si tiri a canestro. Se pensiamo, poi, alla miriade di sport cosiddetti “minori” che, in quanto tali a livello di numeri, hanno nella passione la ragione di vita principale, il numero e le esperienze di questo tipo aumentano esponenzialmente. In queste discipline, molto spesso, si fa di necessità virtù, ci si arrangia, non avendo a disposizione i capitali che altri sport, mossi dallo showbiz, hanno.

Ma ce ne sono altri ancora che coniugano con armonia l’intensa passione, la grande fatica e la scarsità di mezzi e ne fanno un miscela unica e additiva. In alcuni sport, infatti, il campo di allenamento e di gara è il mondo: non si ha bisogno di palestre, costosi attrezzi, divise sgargianti, basta guardarsi intorno e vedere sotto una luce diversa quello che ci circonda. È quello che succede a chi pratica il parkour… Parkour? E cos’è? Presto detto: “Il principale obiettivo di questa disciplina è quello di raggiungere la padronanza del corpo e della mente per superare gli ostacoli che ci circondano, tracciando un percorso che vada da un punto A ad un punto B nella maniera più fluida possibile.” Questa la definizione che si trova sul sito www.parkour.it. Chiaro, no?

Insomma, dove noi vediamo un muretto da aggirare, una buca da evitare, gli amanti del parkour ci vedono un percorso dove effettuare salti ed evoluzioni degne di acrobati. Questo, oltre che uno sport sano, può considerarsi una filosofia. Fermatevi un attimo a riflettere. Pensate a questi ragazzi: in una periferia di una città qualsiasi, grigia, triste e sporca, riescono a vedere il loro campo di allenamento. Immaginateli: come riscaldamento, prima dell’attività agonistica vera e propria, imbracciano scope e ramazze per bonificare quel pezzo di asfalto e cemento, rendendolo agibile mentre fremono per poter mettere le mani, in sicurezza, su quei muri, per poter saltare quegli ostacoli che non sono quelli dei 110 metri ma che sono le buche più o meno grandi di tutte le strade del mondo. Ecco allora che anche il concetto di periferia viene ribaltato e viene data una possibilità di riscatto a quelli che tradizionalmente sono considerati dei non-luoghi, delle terre di nessuno. Ed ecco che lo sport si fonde con la filosofia urbana e, insieme al senso civico, fanno il parkour. Ed è quello che vediamo coi nostri occhi quando andiamo a trovare i ragazzi di Rhizai, un’associazione di Trani che da qualche tempo pratica questa disciplina.

Li troviamo ad allenarsi nel parcheggio dell’Ikea di Bari, un labirinto di muretti, siepi e praterelli ingialliti, ideale per saltare da una parte all’altra, proprio come dei folletti. E, come detto prima, li troviamo intenti a ramazzare tutta l’area che li vedrà impegnati nelle ore a venire: guanti alle mani e sacchi blu, puliscono
 ogni angolo, anche il più nascosto, della porzione di parcheggio che sarà di loro competenza, sotto gli occhi di alcune divertite e compiaciute signore. I ragazzi di Trani sono ormai una realtà di questo sport, nato in Francia e poi diffusosi in tutto il mondo, e sono arrivati a partecipare a importanti meeting internazionali ma, soprattutto, sono riusciti a creare un gruppo di giovani “traceurs”, creatori di percorsi, così si chiamano gli atleti del parkour, da formare. L’uscita barese è, appunto, un’occasione per ritrovarsi con i novelli saltatori, termine mooooolto improprio: ragazzi e ragazze, in età da liceo, segni particolari nessuno.

Insomma, questo per dire che tutti, armati una grande passione e forza di volontà, possono praticare questo sport, duro, difficile e faticoso. Scavalcare col bello stile un muretto di un metro e mezzo piuttosto che saltare da un cordolo all’altro di un’aiuola rapidamente e con passo fermo non sono propriamente delle passeggiate: serve un equilibrio tra corpo e mente, perfetto. Oltre che dei muscoli elastici e allenati. Il parkour, quindi non può essere derubricato a fenomeno urbano da ragazzi, né tantomeno accostato, come certe volte accade, a una certa forma di vandalismo da strada: al contrario può essere un mezzo di recupero di zone abbandonate e un ottimo modo per i ragazzi per formare fisico e cervello, educando entrambi a valori e regole che fanno dell’uomo un qualcosa di migliore di quello che oggi è.

testo: Maurizio Distante

fonte:

http://h24-bari.blogautore.repubblica.it/2011/10/05/andiamo-a-fare-quattro-salti/

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