Contro i bavagli sul web ecco il "digital survival kit"

CONTRO tutte le censure su Internet, una giornata mondiale. Il 12 marzo. Chiesta da varie associazioni per i diritti umani e la libertà d’informazione, è stata lanciata da Reporters senza frontiere che denuncia i regimi autoritari che fanno la guerra alla libertà d’informazione ma anche le ipocrisie dei governi occidentali. La censura è un tema scottante nell’era digitale. Con 120 cyberdissidenti arrestati, il ripetuto blocco dei servizi di messaggistica telefonica e dei servizi Internet, l’aumento di fatturato delle imprese che vendono sistemi di sorveglianza elettronica e la risposta mondiale degli hacktivisti alla censura, la libertà d’informazione è infatti diventato un tema d’interesse internazionale che ha già generato le prime schermaglie diplomatiche 1.

L’elenco degli abusi denunciati nell’ultimo rapporto di RSF è lunghissimo e va dal filtro dei contenuti di siti e social network alle azioni di disturbo di agenti infiltrati nei network; dalle leggi repressive dei governi all’installazione illegale di software spia sui computer degli internet cafè, fino al divieto per giornalisti e cittadini di entrare in territori sensibili per impedire di documentare quello che lì accade, si tratti delle miniere di bauxite del Vietnam piuttosto che delle campagne cinesi espropriate ai contadini.

E’ inoltre altissimo il numero dei netizen arrestati, 199 secondo Rsf, e numerosissime le intimidazioni e le torture ai cyberattivisti in carcere in Bahrain, Syria, Cina ed Egitto obbligati perfino a fornire false dichiarazioni in tv. Il 16 febbraio scorso, in un violento raid contro il Centro Siriano per i Media e la Libertà d’espressione sono state arrestate sei persone e lo stesso è accaduto in Turkmenistan. Ma le cose sono peggio di come si possa immaginare. In Bahrain, Messico, India e Syria durante il 2011 sono stati uccisi molti cittadini attivi in rete e dichiaratamente per avere diffuso informazioni sui social network. Come accaduto a "Rascatripas" moderatore del sito "Nuevo Laredo en Vivo" che aveva denunciato il crimine organizzato dei cartelli della droga 2.

Filtrare la rete. Se il blocco totale dei servizi è sempre una soluzione costosa e impopolare in quanto frena l’economia, l’alternativa per i censori è di filtrare e rallentare il flusso dei dati in rete per rendere quasi impossibile il trasferimento di file fotografici e audiovisivi. Secondo Rsf, l’Iran ci riesce meglio di altri e denuncia come tali fluttuazioni della qualità dei servizi Internet sono spesso un buon indicatore del livello di repressione in certe aree del paese.

Altri paesi però adottano il filtraggio selettivo dei contenuti come strumento ordinario di governance della rete. In Uzbekistan, il governo ha bloccato l’accesso a forum in cui si parla di rivoluzioni arabe. In Cina, le parole "Gelsomino" e "Occupy" seguiti dal nome di una città cinese vengono immediatamente bloccate online. In Bielorussia, dopo massicce proteste di strada, il social network Vkontakte èstato reso inaccessibile e le autorità Kazake hanno fatto lo stesso bloccando non solo siti considerati estremisti ma anche la piattaforma di blogging LiveJournal. In Turchia hanno creato un sistema per filtrare i contenuti pur rinunciando a mettere al bando 138 parole considerate pericolose. Il governo thailandese per combattere il crimine di "lesa maestà" ha incremento del 300 per cento l’attività di censura online. Il Tagikistan ha bloccato Facebook mentre il Pakistan si prepara a costruire una nuova muraglia elettronica. Con la scusa di bloccare contenuti pornografici, in Tunisia potrebbe tornare in funzione Ammar 404, il sistema di filtraggio e sorveglianza voluto dall’ex presidente Ben Ali. Ma dal rapporto di RSF emerge che anche un paese democratico come la Corea del Sud censura i siti della propaganda a favore della Corea del nord.

La censura dei contenuti può essere chirurgica. Il sito cinese di micro-blogging Sina Weibo ha assoldato migliaia di moderatori e chiede adesso agli utenti di registrarsi col vero nome, quello anagrafico. L’esercito elettronico siriano è invece esperto nell’arte di "trollare" le bacheche Facebook di oppositori e dissidenti per screditarli, ma è anche in grado di inondarle di dichiarazioni di sostegno a Bashar al-Assad mentre usano centinaia di account fasulli per inondare l’hashtag #Syria, con link a contenuti sportivi e fotografici 3. Chiranuch Premchaiporn, responsabile del sito di news Prachatai, rischia 20 anni di prigione in Thailandia per non aver rimosso prontamente dei commenti che criticavano la monarchia fatti dagli utenti.

Il survival kit. Secondo RSF la protezione dei cyberdissidenti e delle fonti è cruciale nella battaglia per la libera informazione. I reporter, dicono, "dovrebbero prendere speciali precauzioni quando si trovano in zone di guerra o in regioni problematiche perché non basta più il giubbotto antiproiettile". Per questo rilanciano l’idea di un "digital survival kit" per cifrare le informazioni, anonimizzare la comunicazione e, se necessario, aggirare la censura. E non è detto che basti. Contrastare queste forme di protezione è diventato uno dei terreni d’intervento di molti regimi che per farlo ricorrono alla tecnologia occidentale, di quegli stessi paesi che a casa loro si rappresentano come alfieri della libertà e di quando in quando tuonano contro le dittature.

Per aumentare la propria capacità di sorveglianza usano complessi sistemi e software per il filtraggio dei contenuti come la Deep Packet Inspection. L’Iran ad esempio, adesso è capace di bloccare la navigazione sicura via https e le porte di comunicazione delle Vpn, le reti private, mentre la Cina decide quali siano gli indirizzi IP che possono uscire dalla propria rete geografica e così via. Grazie a WikiLeaks sappiamo quali sono le aziende che prosperano in questo lucroso e discutibile mercato. Fra di esse anche quelle italiane come AreaSpa che avrebbe chiuso i rapporti con la Syria dopo una pesante campagna di protesta internazionale, l’americana BlueCoat, la francese Amesys, che riforniva il regime di Gheddafi, la Vodafone, la ANHRI per l’Egitto sono solo alcune di queste. Non è casuale che il Parlamento europeo abbia adottato una risoluzione per chiedere norme più restrittive nell’export delle tecnologie di sorveglianza verso paesi repressivi e adesso ci provano anche gli Stati Uniti 4.

Gli hacktivisti. E però se i governi di tutto il mondo hanno compreso il potenziale rivoluzionario della disseminazione di informazioni attraverso l’uso combinato di siti, smartphone e videostreaming non sempre riescono a bloccarla. E’ il caso dell’Arabia Saudita dove le donne sono riuscite a condurre in rete delle campagne sul diritto di voto e per guidare l’automobile; della Corea del Nord dove i dissidenti riescono a far passare oltreconfine telefoni cellulari, Cd, Dvd e penne Usb con documenti, inchieste e petizioni. E’ il caso di del villaggio cinese di Wukan che si è sollevato contro l’appropriazione delle terre da parte di ufficiali senza scrupoli o il leaking dei documenti delle frodi elettorali in Russia. A tutto questo c’è però la risposta degli attivisti che creano ponti di comunicazione usando server proxy fuori dagli stati autoritari (come Telecomix con #OpSyria) e le iniziative senza sosta di Anonymous contro i siti di quei governi per modificarli, defacciarli o bloccarli con degli attacchi Ddos.

Tuttavia se gli Anonymous lanciano degli attacchi Ddos verso i regimi dittatoriali ci sono spesso i governi dietro la violazione informatica di siti di news independenti. I siti dell’opposizione in Eritrea ad esempio sono stati colpiti mentre le Nazioni Unite decidevano le sanzioni verso il governo, è accaduto nello Sri Lanka e in Russia alla vigilia delle elezioni con una serie coordinata di attacchi e arresti a danni di blogger e giornalisti. Durante le manifestazioni in Bielorussia, il service provider Internet BelTelecom ha finanche rediretto gli utilizzatori di Vkontakte verso siti infetti. Ormai ogni stato ha un suo esercito elettronico, ufficiale oppure no.

Allo stesso tempo i governi democratici sono tentati dal dare la priorità alla sicurezza a scapito della libertà con misure sproporzionate a tutela del diritto d’autore, ma qui la società civile è in grado di reagire e in definitiva è stata una loro vittoria se gli intermediari della rete non sono ancora diventati dei poliziotti come alcuni governi vorrebbero. Il rapporto di Rsf si conclude con una lunga lista di stati "Nemici della Rete" come il Bahrain e la Bielorussia e altri paesi sotto sorveglianza come l’India e il Kazakhstan al pari di altri paesi a noi vicini come Russia, Tunisia e Turchia. La battaglia per la libertà della rete è ancora lunga.

Fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/03/12/news/cybercensura_giornata_mondiale-31399358/?ref=HREC1-11

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