Disabilità: una proposta di welfare dal Sud del mondo

Articolo di Tonio Buffa pubblicato su Caffè News

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L’inchiesta di Chiara Ludovisi che appare sul numero di giugno 2012 della rivista «Superabile», testata che si occupa di disabilità, dal titolo «L’altra faccia del Sud», ci fa capire che il Sud del mondo spesso può esportare metodi e tecniche per affrontare le problematiche sociali anche nei paesi così detti evoluti.

Nel Terzo mondo ci sono paesi che affrontano la realtà delle persone disabili attraverso un efficace lavoro di «Only through community», che testualmente significa «solo attraverso la comunità».

E’ una filosofia, un approccio alle difficoltà e un voler superare attraverso la comunità, intesa come contesto informale in cui una persona vive, tutte le difficoltà derivanti dall’handicap.

Si punta tutto sulla comunità, cercando di scovare nella stessa tutte quelle risorse che ci sono, ma che spesso non vengono viste. Un esempio giunge dal Kenya: a Nyahururu, un distretto della Central Province del paese, c’è l’esperienza dell’associazione St Martin CSA, che si è posta l’obiettivo, fin dalla propria nascita nel 1999, di creare una rete di rapporti all’interno delle comunità territoriali, dove parenti, amici, semplici vicini, creano una sinergia di aiuto, di caregiver, per rendere la persona disabile nelle condizioni di poter essere parte attiva del contesto famigliare e più in generale, sociale, in cui è inserito.

Nell’articolo di Chiara Ludoivisi, si evince chiaramente come questa realtà in Kenya abbia permesso un mutamento spirituale, culturale sociale, che ha consentito alle persone di entrare nella consapevolezza che, di fronte all’assoluta mancanza di servizi pubblici, la comunità riveste un ruolo fondamentale, con risvolti assai gratificanti per chi ne viene coinvolto. E questo mutamento culturale è stato reso possibile anche attraverso il fitto dialogo tra l’associazione e gli abitanti del territorio in cui opera e tra le famiglie delle persone affette da disabilità con reciproche testimonianze che hanno permesso di acquisire maggior consapevolezza su come approcciarsi all’handicap .

In Kenya, ma anche in Equador e in altri paesi del sud del mondo, è più che mai attivo il concetto di Riabilitazione su base comunitaria (RBC). Un modello che ha il compito di accompagnare la persona disabile e la sua famiglia nel raggiungimento di una qualità della vita adeguata a standard di una società civile.

Non solo: attraverso i lavori di comunità in questi paesi si forma una sorta di rivendicazione dei diritti e della partecipazione attiva alla vita politico-sociale della comunità da parte delle persone disabili.

Che differenza c’è tra le realtà esposte relative a paesi distanti da noi e considerati “poveri” e le nostre realtà di lavoro di comunità? Perché il modello del Kenya meriterebbe di essere esportato?

Nei paesi cosiddetti evoluti, tra cui l’Italia, molto spesso la risposta che viene data alla disabilità, anche nei casi in cui si fa un lavoro di caregiver “comunitario”, ovvero sfruttando il contesto familiare e sociale che c’è attorno alla persona con problemi, è sempre caratterizzato da un ente, da una sovrastruttura ufficiale che si prende l’onere del coordinamento. Spesso questa sovrastruttura porta ad una burocratizzazione del caregiver.

Nelle realtà prima descritte invece l’aiuto viene erogato attraverso un mutamento culturale e conoscenze che partono “dal basso”, ovvero dagli appartenenti alla comunità stessa, e che si sviluppa fino a diventare un verso e proprio modello d’aiuto. Meno fragile e più duraturo di quelli che hanno un coordinamento di enti e servizi pubblici.

Qui da noi enti e servizi dovrebbero quindi lavorare per inculcare nelle comunità (verrebbe da dire, sui territori dei singoli comuni) culture, propensioni, consuetudini, all’aiuto su base comunitaria, che dopo un periodo di formazione renda i gruppi informali autonomi nel gestire l’approccio di caregiver verso la persona disabile. Naturalmente la formazione dovrebbe essere fatta coinvolgendo quando sia possibile soprattutto le persone affette da handicap, che diventano così essi stessi “obiettivo” da aiutare e risorsa.

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