Fuori campo

In Italia quando si parla di rom si parla sempre e solo di “campi nomadi”. Eppure la stragrande maggioranza dei rom vive in casa, lavora e affronta i problemi quotidiani come tutti i cittadini di questo Paese, di cui fanno pienamente parte. “Fuori Campo” racconta alcune di queste storie, diverse tra loro, nelle premesse, nel contesto, nelle prospettive, ma tutte qui e ora, nell’Italia di oggi. Un lavoro collettivo che ha l’obiettivo di contribuire a scardinare i pregiudizi radicati nell’opinione pubblica e nelle amministrazioni e a cambiare registro del dibattito attuale.

Anteprima Nazionale a Roma il 30 gennaio ore 20,45 presso il cineclub Detour in via Urbana 107.
Seguirà un dibattito con il regista e i protagonisti.

Un film di Sergio Panariello
Prodotto da Figli del BronxCompare/MammutOsservAzione.
Con il sostegno dI Open Society Foundations

PERCHE’ FUORI CAMPO di Grazia Naletto

Campi sosta, autorizzati o tollerati, villaggi attrezzati o della solidarietà o più genericamente “campi nomadi”: sono questi gli spazi che le politiche istituzionali hanno privilegiato in Italia per “ospitare” i rom, sinti e camminanti nelle nostre città. Cambiano le denominazioni e le condizioni materiali di vita che caratterizzano le diverse tipologie e i vari “modelli” di “campo” sperimentati nel corso degli anni, ma il risultato è comune: la segregazione non solo spaziale e abitativa, ma anche sociale e culturale delle persone che vi risiedono. I “campi”, anche quelli “autorizzati o attrezzati”, sono quasi sempre collocati nelle aree periferiche delle città, isolati, spesso non collegati con i centri urbani dai mezzi di trasporto pubblico, quando non vicini a discariche o ai grandi assi viari. Sono, al di là delle intenzioni più o meno dichiarate, veri e propri ghetti, funzionali a relegare i rom ai margini delle nostre città e a mantenerli in una condizione di estraneità rispetto alla società maggioritaria. Sono numerose le organizzazioni internazionali e della società civile che hanno denunciato le “politiche dei campi” nel nostro paese auspicando l’avvio di politiche pubbliche alternative di sostegno all’inserimento abitativo1. Le sperimentazioni a livello locale non mancano, come ricordiamo nell’ultima parte di questo rapporto, e sono possibili. Ciononostante nelle grandi città italiane il modello del campo è ancora oggi quello prevalente, anche grazie ad un approccio istituzionale che si fonda su (e continua a perpetuare) stereotipi e pregiudizi consolidati nei confronti dei rom presupponendone il nomadismo, la propensione alla devianza e l’inconciliabilità culturale che ne impedirebbero a priori l’inserimento lavorativo e sociale. La presenza dei rom nel nostro paese è stata e continua ad essere affrontata prevalentemente in modo emergenziale e sicuritario nonostante che lo scorso anno per la prima volta sia stata adottata una strategia nazionale che esplicita il carattere discriminatorio, stigmatizzante ed escludente dei “campi nomadi”, assumendo l’obiettivo di un loro “superamento”2; e nonostante che una sentenza della Corte Costituzionale abbia definitivamente dichiarato illegittimo il cosiddetto “stato di emergenza” dichiarato nel 2008 e prorogato sino al 2011 con riferimento ai rom presenti in Lazio, Lombardia e Campania, successivamente esteso al Piemonte e al Veneto. Le violazioni dei diritti umani che il mantenimento del sistema dei campi e l’effettuazione delle connesse operazioni di sgombero provocano sono state e vengono puntualmente denunciate dalle organizzazioni di rom, antirazziste e umanitarie da tempo. Più frammentarie sono le informazioni disponibili relative ai costi per la finanza pubblica che questi comportano: conoscerli può offrire un’argomentazione di supporto ulteriore a chi tra le comunità rom, nella società civile e nelle amministrazioni pubbliche denuncia l’urgenza di ripensare completamente le politiche di inclusione sociale e abitativa delle popolazioni rom, cancellando dalle nostre città la vergogna dei “campi nomadi”.

Come emerge dal rapporto, a Napoli, Roma e Milano le risorse pubbliche investite nei campi sono ingenti e benché questi nelle loro varie forme continuino ad essere proposti e propagandati come soluzioni abitativetemporanee, di fatto continuano a costituire la modalità ordinaria con cui le istituzioni locali “governano” la presenza dei rom sul proprio territorio. La scelta delle città di Napoli, Roma e Milano come ambito di indagine della ricerca che qui presentiamo non è casuale: sono tra quelle che ospitano la maggiore presenza rom e sono le prime tre grandi città interessate dalla dichiarazione dello “stato di emergenza” del 2008 a seguito della quale sono state stanziate risorse straordinarie, gestite in modo altrettanto straordinario, per finanziare interventi finalizzati a identificare e censire la popolazione rom, individuare e sgomberare gli insediamenti abusivi, monitorare i campi autorizzati e costruirne di nuovi, pro m u o v e re interventi di inserimento sociale rivolti ai rom qui trasferiti.

La ricostruzione che proponiamo è sicuramente parziale. La scarsa trasparenza e l’insufficiente livello di dettaglio dei documenti contabili ufficiali, la difficoltà a reperire le delibere comunali e le determinazioni dirigenziali con le quali si provvede all’impegno e all’erogazione dei fondi, la reticenza da parte di alcuni tra i referenti istituzionali contattati a fornire la documentazione non presente on line, la diversa strutturazione delle fonti consultate che impedisce la comparazione tra i dati contenuti nei documenti di programmazione e di rendicontazione finanziaria, l’impossibilità di scorporare alcune voci di spesa rilevanti per analizzare le politiche indirizzate ai rom da capitoli di spesa più generali, in particolare per quanto riguarda gli interventi sociali, hanno impedito di effettuareuna ricostruzione completa. Le informazioni raccolte possono però fornire un utile contributo per valutare con maggiore attenzione i significativi costi economici che le politiche di segregazione nei campi comportano per la finanza pubblica, oltre a quelli umani e sociali che devono sostenere i rom che vi risiedono.

Si tratta di milioni di euro spesi per affittare, bonificare, perimetrare, allestire le aree nelle quali i campi rom vengono collocati e per dotarle di infrastrutture; per la loro manutenzione ordinaria e straordinaria e per la loro gestione; per l’erogazione di acqua, luce e gas; per il loro controllo tramite le attività di vigilanza e di sorveglianza; per i servizi di scolarizzazione dei bambini rom, in gran parte consistenti nelle attività di accompagnamento scolastico, rese indispensabili dalla dislocazione dei campi in aree periferiche mal collegate dal trasporto pubblico; per gli interventi sociali specificamente ed esclusivamente rivolti alle famiglie rom presenti nei campi.

Quella che è stata efficacemente definita una vera e propria “economia da ghetto” coinvolge oltre ai rom e alle istituzioni locali anche soggetti terzi4: dalle organizzazioni della società civile, alle quali viene affidata la gestione degli interventi socio-educativi nei campi, alle società di vigilanza private chiamate a svolgere quel ruolo di controllo e sorveglianza che caratterizza il modello dei campi proposto nel periodo dell’“emergenza nomadi”, ai proprietari delle aree acquistate o prese in locazione nelle quali i campi vengono allestiti.

Questo sistema economico “separato” assorbe la gran parte delle risorse pubbliche destinate alle politiche indirizzate ai rom, risorse che potrebbero essere impiegate in modo più efficace e più efficiente per finanziare soluzioni abitative alternative stabili, idonee a sottrarre i rom da quelle vere e proprie forme di ghettizzazione e di “esclusione assistita” che i campi e gli interventi socio-educativi destinati ai rom in questi concentrati producono e riproducono5.

Note

1 Si vedano tra gli altri: European Roma Rights Center (ERRC), Il paese dei campi. La segregazione razziale dei rom in Italia, supplemento al settimanale “Carta”, Roma 2000; Report by Thomas Hammarberg, Commissioner for Human Rights of the Council of Europe, following his visit to Italy on 13-15 January 2009, Strasbourg 16 Avril 2009; Associazione 21 Luglio, Esclusi e ammassati. Rapporto di ricerca sulla condizione dei minori rom nel villaggio attrezzato di via di Salone a Roma, Roma, 2010; Human Rights Watch, World Report 2011: AFacade of Action. The Misuse of Dialogue and Cooperation with Rights Abusers, disponibile sul sito: www.hrw.org; Report by Thomas Hammarberg Commissioner for Human Rights of the Council of Europe, Following his visit to Italy from 26 to 27 May 2011, 7 September 2011.
2 “È un dato acquisito come la soluzione amministrativa del campo nomadi risulti ormai da decenni il modello di riferimento delle politiche abitative per RSC in Italia e questa forma residenziale, che presupponeva una ‘popolazione nomade e servizi transitori di sosta’, ben presto non è più stata in grado di rispondere alle esigenze di popoli e comunità ormai sedentari, che solo nel 3% dei casi dimostrano tuttora una qualche attitudine all’itineranza. La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa. (…) In particolare, è un’esigenza sempre più sentita dalle stesse autorità locali il superamento dei campi Rom, in quanto condizione fisica di isolamento che riduce le possibilità di inclusione sociale ed economica delle comunità RSC.” Si veda UNAR, Strategia Nazionale d’inclusione dei rom, sinti e camminanti, 2012, pp. 83-84, disponibile sul sito: ww.unar.it.
3 Sulle caratteristiche inedite della dichiarazione dello stato di emergenza, che ha confinato le politiche pubbliche rivolte ai rom nella cornice degli interventi sicuritari finalizzati a far fronte all’“allarme sociale”, conferendo ai prefetti poteri straordinari e arrivando a legittimare operazioni di censimento dei rom su base etnica, si vedano: Rivera A., Regole e roghi, Metamorfosi del razzismo, Edizioni Dedalo, Bari, 2009, pp.39-46; Bontempelli S., “Il paese degli sgomberi (e dei campi). Le politiche locali sulle popolazioni rom e sinte in Italia”, in Lunaria (a cura di), Cronache di ordinario razzismo. Secondo libro bianco sul razzismo in Italia, Edizioni dell’asino 2011, pp. 45-53; Daniele U., Sono del campo e vengo dall’India. Etnografia di una collettività rom ridislocata, Meti edizioni, Roma, 2011, pp. 30-31.
4 La definizione è proposta in Stasolla C., Sulla pelle dei rom, Il Piano nomadi della giunta Alemanno, Edizioni Alegre, 2012, pag. 24.
5 Per un approfondimento si veda: Daniele U., cit, pag. 188.

Per approfondire: http://osservazione.org/it/4_15/antep…

Per info: fuoricampo@osservazione.org

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