I AM A LIBERIAN, NOT A VIRUS.

Ebola, parola che evoca morte, parola che alimenta il pregiudizio. Lo sanno bene i cittadini liberiani che vivono nella comunità di Staten Island , negli Stati Uniti, che con le sue 10mila persone è la più grande al di fuori del paese africano. Da quando è iniziata la paura per il virus Ebola, sono aumentati gli episodi di razzismo e di intolleranza verso i liberiani del quartiere.

L’episodio

La guida della comunità Oretha Bestman-Yates, 43 anni, dopo essere tornata da un viaggio in Liberia a luglio, dove era andata per visitare i suoi due nipoti, è stata licenziata dall’ospedale in cui lavorava. Adesso non ha più uno lavoro e non sa come andare avanti. "Le persone che mi vedono in strada bisbigliano tra loro che sono liberiana e cambiano strada", racconta Oretha. Anche suo figlio di 6 anni a scuola è spesso oggetto di episodi di bullismo: "Mi ha detto che non vuole più dire di essere liberiano perché tutti parlano sempre di ebola a scuola".

La campagna su Twitter

Così, per combattere i pregiudizi legati al contagio del virus e l’intolleranza, la fotografa Shoana Clarke Solomon ha girato un video e lo ha postato su Twitter con hashtag "IAmALiberianNotAVirus" (Sono liberiana Non sono un virus). La campagna è diventata subito virale sul social network e sono tantissimi i conguettii lasciati dai naviganti in segno di solidarietà.

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