Il diario di Felix

Un’idea che nasce come progetto fotografico e diviene il primo film del fotografo. Dall’ostilità alla fiducia, nella comunità gestita dalla cooperativa Parsec a Torrespaccata, profonda periferia romana. Ne abbiamo parlato con l’autore in occasione della presentazione al Festival dei popoli a Firenze

FIRENZE – “I residenti di Tor Sapienza, che nelle scorse settimane hanno cacciato a sassate dal quartiere un centro per minori, lo sapevano cosa accadeva là dentro? Emad è l’equivalente di quei minori lì, i cosiddetti minori stranieri non accompagnati, quelli che leggi sul giornale e sono solo nomi. Emad invece ce l’hai davanti in carne ed ossa”. Emad, assieme a Valerio e Giuseppe, è uno degli ospiti di Casa Felix, casa per minori di Torrespaccata, quartiere della periferia romana, limitrofo a Tor Sapienza. Emad, Valerio e Giuseppe sono i protagonisti del documentario “Il Diario di Felix” di Emiliano Mancuso, presentato il 30 novembre, al Festival dei Popoli di Firenze.   Prodotto da ZONA, associazione di fotografi, editor, videomaker e giornalisti (Francesca Milazzo è la produttrice esecutiva), con il contributo del programma Youth in Action della Comunità Europea, è l’opera prima di Mancuso. Da sempre impegnato nell’ambito del fotogiornalismo, rappresentato dall’agenzia fotografica Contrasto, ha pubblicato sulle principali riviste italiane ed internazionali. “Sono un fotografo, o forse un ex fotografo” ha esordito Mancuso, presentando il film, nato da una storia che per la prima volta gli ha fatto percepire la fotografia come fredda. “Questi sono ragazzi difficili, ma potenti.
Hanno poca pelle e per questo ti arrivano addosso senza filtro, e sono ricchi di racconti, da cui sono stato risucchiato e che non volevo disperdere”.
Ma “Il Diario di Felix” è anche il racconto degli operatori della casa famiglia della cooperativa Parsec: “Le case famiglie sono istituzioni create non solo per cercare di migliorare i ragazzi, ma anche la società tutta attraverso di loro. Sono enti pubblici su cui vengono fatti investimenti che si stanno assottigliando sempre di più: il film è anche un modo di far conoscere il coraggio degli operatori che si sono buttati in quest’avventura con me e che vivono ‘stretti’ fra lo stato che li sottopaga (1000 euro lordi al mese per 12 ore di lavoro al giorno) e la gente del quartiere che magari li piglia a sassate”.
“Il Diario di Felix” nasce come progetto fotografico, “parte di un lavoro di quattro anni in cui raccontavo la crisi italiana, e quindi anche le periferie romane. Ragionando da fotografo, dopo qualche mese passato lì mi sono annoiato, perché i ragazzi erano gli stessi, il luogo chiuso, le situazioni si ripetevano. Me ne sono andato, e non ho neanche inserito le foto nel libro “Lo Stato d’Italia”. Ci sono poi tornato perché mi ero affezionato a Giuseppe e volevo vedere come stava.”
Giuseppe, caso di allontanamento familiare, ha passato nelle case per minori gran parte della sua vita, sogna di tornare a Benevento, dal padre, e di riunire i fratelli, divisi fra gli affidi e le case famiglia. C’è una bella scena, dove Mancuso lo aiuta a studiare “Il Piccolo Principe”, quando il principe incontra la volpe e lei gli dice che per giocare con lui dovrebbe essere addomesticata. E che vuol dire addomesticata? Vuol dire creare dei legami. “E che vuol dire allora, la storia del Piccolo Principe?” chiede Mancuso. “E che ne so!” fa Giuseppe spazientito.   Però quando Mancuso torna a trovarlo, dopo aver ‘bollato’ quell’esperienza come noiosa, il legame si è creato: “a quel punto, lui che si era molto attaccato a me, senza però dirmi mai niente, mi ha raccontato la sua storia, ed è lì che è iniziato tutto. Ho capito che a essere noiosa non era Casa Felix, ma il linguaggio che io le avevo imposto.”
La fotografia non era sufficiente, così Mancuso inizia a riprendere: “non avevo ben idea di cosa stessi facendo all’inizio, agivo da fotografo, accumulando materiale. Con la fortuna che la mia Mark II è anche un’ottima videocamera. Quindi tutto quello che dovevo fare era semplicemente girare la ghiera”. E aspettare. Perché si creasse quel clima di fiducia che lo ha reso completamente integrato nell’ambiente, e che desse ai ragazzi il coraggio di raccontarsi senza filtri. Aspettare, anche, che qualcuno gli permettesse di filmare il proprio ingresso nella casa famiglia: “momento fondamentale, ma molto difficile, in cui anche i ‘penali’, quelli che hanno i vissuti più difficili alle spalle, diventano agnellini, perché sono spaesati, spaventati. Nessuno acconsentiva. “ Finché è arrivato Valerio.   “Valerio è stato l’incontro – dice Mancuso, continuando con la metafora del Piccolo Principe e la Volpe  era stato portato dalla polizia (che l’aveva preso per spaccio), e gli avevano tolto i lacci delle scarpe. Mentre se li rimetteva, mi sono chinato e gli ho chiesto se potevo riprenderlo. Lui mi ha guardato con l’aria di uno che ha ben altri problemi a cui pensare, e ha fatto una faccia che diceva: “ma fa un po’ come te pare”.
Quando Valerio è uscito, se n’è andato anche Mancuso: “a quel punto avevo l’arco narrativo su cui costruire il resto, non aveva senso restare lì.” Ed erano passati quasi due anni. Ma il coinvolgimento emotivo resta: “Dopo che Valerio è uscito, l’ho convinto a scrivere un racconto sulla sua storia, perché lui ha una scrittura molto visiva, come si vede anche nel film, dalla lettera che scrive al padre in carcere. Veniva da me in studio una mezz’oretta al giorno, per un mese e mezzo.” Il risultato è stato pubblicato sul numero di giugno de “Lo Straniero”, la rivista di Goffredo Fofi.   E gli altri? “Giuseppe vive a Benevento, si è innamorato. E fidanzato. Di Emad ho perso traccia, credo stia in un’altra casa famiglia”. Resta anche la voglia di filmare: “non so ancora cosa, ma vorrei raccontare ancora storie di questo tipo, e in questo modo. Ora non potrei tornare a fare foto”.
Fonte: www.pagina99.it
articolo di Carolina Mancini

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