Il diritto alla salute nella fotografia eco-solidale

Un treno chiamato desiderio che dall’Africa all’Asia, passando per le Americhe e l’Europa, accoglie i flussi migratori di chi è costretto a spostarsi per esercitare il più fondamentale dei diritti; quello alla salute. Destination Hope, è la mostra fotografica organizzata dall’agenzia Parallelozero, che fino al 7 gennaio 2015, raccoglie i volti dei viaggiatori in cammino per il mondo con il solo scopo di raggiungere la meta dove potranno finalmente ricevere le cure delle quali necessitano. Un po’ racconto della speranza, un po’ narrazione cruda delle disparità di trattamento che ancora regnano in molte zone del globo, Destination Hope è un ritratto appassionato e di denuncia delle forti diseguaglianza sociali in tema di diritto alla salute. E il messaggio arriva con la schiettezza della fotografia documentaristica. In uno degli scatti della mostra un uomo da un paio di occhiali dalla montatura stralunata, ci guarda mentre sta effettuando una visita oculistica. Non sappiamo quanti chilometri ha dovuto percorrere ma l’impressione è che guardi lo spettatore, da un lettino nel quale si sente fuori posto, e a esso chieda il perché di un simile trattamento. A questo interrogativo provano a rispondere i cinque fotogiornalisti di Destination Hope: Simone Cerio, Alessandro Gandolfi, Sergio Ramazzotti, Paulo Siqueira, Bruno Zanzottera. I fotografi hanno seguito, seguendo una sorta di mappa di 13 casi emblematici, l’onda di migrazioni che dalla Striscia di Gaza all’Italia, scopre vere e proprie città dedicate al business della salute. A Nogales, cittadina del Messico non lontana dal confine con gli Stati Uniti, da anni migliaia di persone valicano la frontiera per usufruire delle cure low cost del luogo. A Santa Clotilde in Perù, la clinica dei sogni è un luogo di salvezza a 300 chilometri dalla città più vicina e raggiungibile in canoa. In Colorado le famiglie con bambini affetti da epilessia migrano per ricevere i trattamenti a base di marijuana terapeutica che sarebbero loro negati in patria. Sono tanti i viaggiatori della speranza, ma Destination Hope non si accontenta semplicemente di catalogarli in maniera empirica. La mostra infatti trova il giusto tono tra il racconto lucido e asciutto della realtà e la capacità di cogliere i drammi personali dei migranti, per denunciare una disparità di trattamento che diventa colpa insopportabile per la collettività. Un lavoro artistico, dalla forte connotazione sociale, che cerca di ristabilire il contatto con il prossimo nella direzione di una società dagli equilibri decisamente più paritari.

FONTE: La Stampa

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