Il manifesto della comunicazione non ostile

I social e le interazioni veloci a distanza, dalle chat a whatsapp, creano e alimentano facilmente dinamiche di sopraffazione. A cominciare dai più giovani, tutti abbiamo bisogno di lavorare sul linguaggio, imparare ad ascoltare, riconoscere la complessità del mondo e della comunicazione, avvicinarci alla letteratura per allargare i nostri punti di vista, non dare nulla per scontato e scoprire il significato della parole, ma soprattutto rifiutare la comunicazione sessista e violenta. Non servono censura e diktat dall’alto e neanche troppe parole, ma la voglia di creare una società senza dominio e di rallentare. Una conversazione con Vera Gheno, sociolinguista.

intervista di Paola Del Zoppo* a Vera Gheno

Vera Gheno è sociolinguista, e si occupa di Comunicazione mediata dal computer. Ricercatrice post-doc e docente a contratto di Sociolinguistica e Italiano scritto all’Università di Firenze, è anche membro della redazione di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca e responsabile, dal 2012, del profilo Twitter dell’ente. Least but not last, è traduttrice di grandissimi autori ungheresi tra cui Magda Szabó e János Székely. Nell’ultimo anno si è molto impegnata sul versante della comunicazione non ostile e dello smascheramento degli atteggiamenti aggressivi e passivo-aggressivi – in particolare nella comunicazione social – che rendono difficili le interazioni e sempre più labili le relazioni all’interno e fuori dai social network. I social e le interazioni veloci a distanza (es. chat, whatsapp) creano e alimentano facilmente dinamiche di sopraffazione, vittimismo, manipolazione in senso ampio, mascheramento di “incompetenze” e debolezze e fragilità relazionali, anche tramite l’uso incoerente di parole e immagini, e la proliferazione di un’idea di corporeità che sfiora l’irrealtà.

Lavorare sul linguaggio, affinché possa essere sempre uno strumento di interazione positiva, un modo per mantenersi proattivi nel contesto sociale piccolo e grande, è il modo migliore e più efficace, sia nel breve che nel lungo periodo, per rendere anche i social un luogo vivibile e, se possibile, persino di crescita sociale, di vera comunicazione informativa e di interazione libera e sana tra gli individui. In questo ambito, Vera Gheno è anche promotrice del manifesto “Parole_Ostili”, frutto della collaborazione tra diversi professionisti del settore, che stabilisce dieci regole essenziali della comunicazione non ostile (e che invitiamo a firmare).

Per Vera Gheno la lingua “è parte importantissima della vita di ogni persona, e il successo di ognuno di noi nei rapporti umani, ma anche nella vita lavorativa, è spesso legato alla competenza linguistica: è importante saper dire la cosa giusta nel modo giusto al momento giusto, ed è ancor più importante avere coscienza di questo” – come ricorda in una bella intervista sul blog Linguaenauti. Si tratta di un’azione necessaria soprattutto a tutela delle giovani generazioni, e forse anche delle meno giovani, vittime di camere d’eco e bias cognitivi, che purtroppo l’orizzontalità della comunicazione social non può che alimentare. Come ricorda Vera Gheno in un’altra interessante intervista su Insula Europea, “Per le giovani generazioni, internet in un certo senso c’è sempre stata, e d’altro canto non pensano che sia così ‘anziana’. Direi che i punti di crisi maggiori sono l’ortografia (per esempio, moltissimi dei miei studenti scrivono accellerare e colluttorio, e convincerli che le parole si scrivono accelerare e collutorio richiede sempre un certo sforzo, perché occorre abbattere il bias cognitivo di ‘ma io li ho sempre visti scritti così’). L’altro tallone d’Achille (o tallone da killer, come mi hanno detto una volta) è chiaramente la difficoltà a concentrarsi nello studio, per cui spesso mi capita di interrogare studenti che sanno perfettamente ripetere la lezione ma non capiscono, letteralmente, quello che stanno dicendo. Cerco sempre di spiegare ai ragazzi che per comprendere davvero un testo occorre averne inteso ogni parola, che se non sanno il significato di un termine non ha alcun senso imparare la lezione ‘a papera’. Quindi li esorto sempre a usare il dizionario!”.

Instancabile nella sua opera di divulgazione e comunicazione profonda della sua ricerca e del suo impegno sociopolitico, Vera Gheno si è impegnata moltissimo anche sul versante della comunicazione sessista e violenta. Cortesia, precisione e grazia contraddistinguono le sue discussioni su Facebook, le sue risposte nelle interviste e i suoi interventi in occasione di convegni e manifestazioni. Questa coerenza appare essenziale e felicemente coniugata al messaggio profondo che la campagna di Parole_Ostili e l’attività di comunicazione dei suoi ideatori e contributori vuole diffondere, e che potrebbe riassumersi in: “chi parla bene pensa bene”. Creare habitus – linguistici e di linguaggio – corretti contribuirebbe a creare una società più equa e rispettosa dei singoli individui e dei rapporti collettivi e comunitari. Saper ascoltare, uscire dai meccanismi di difesa, imparare a considerare il mondo nelle sue complessità e a rispettarle, a rispettare anche le competenze altrui senza sminuirle per “aver ragione”, e imparare a costruire dispute felici, come si illustra nel volume di Bruno Mastroianni di cui proprio Vera Gheno ha composto l’introduzione. Un passo alla volta, l’uso di parole pulite, stimolanti, non consunte, porterà alla creazione di luoghi social e sociali più vivibili per ogni persona, e con lentezza, alla creazione di una società più accogliente e meno spaventata da ogni novità, che al momento sembra aver bisogno di inserire in categorie sempre più banali e ristrette ogni devianza, invece di farne una leva per l’arricchimento culturale, e di aver fatto dell’evitare i conflitti l’unico modo di gestirli.

Il tuo approccio sociolinguistico e psicolinguistico di che formazione si nutre?

A parte un corso di psicolinguistica con la professoressa Luciana Brandi, che ricordo con grande affetto, io sono fondamentalmente una sociolinguista: sia la mia tesi, sia la mia tesi di dottorato sono state di sociolinguistica, con Patrizia Bellucci, e sono state dedicate alla comunicazione mediata dal computer; in generale, pur facendo molti esami di linguistica (linguistica generale, linguistica italiana, glottologia, semantica, grammatica…), ho sempre avuto la fissazione principale di capire perché le persone parlano e scrivono in un certo modo e che cosa racconti questo di loro.

Sapresti darci qualche esempio di frase che possa aiutare a comprendere come l’atteggiamento passivo aggressivo si mascheri sui social? E come l’ironia possa essere una modalità comunicativa particolarmente aggressiva?

Penso a tutte le volte che leggo un post che inizia con voi che…, o qualcuno commenta “davvero pensi che questo argomento valga la pena di essere discusso?”; “contento tu…” “ben altri sono i problemi di questo paese!”; ma perfino “non ho intenzione di dilungarmi oltre. La saluto”… a tratti mi sembra che le dinamiche passivo-aggressive addirittura prevalgano. Per quanto riguarda l’ironia, trovo particolarmente faticoso quando viene fatta ironia per esempio sugli errori ortografici commessi da una persona, o sul suo aspetto fisico; addirittura, “ero ironico” pare essere la soluzione per uscire da un angolo argomentativo, invece di ammettere di avere magari detto una sciocchezza.

C’è un punto del decalogo sulle parole ostili che ti sembra più urgente affrontare in questo momento sociopolitico?

In che senso allora una disputa può essere “felice”?

La tecnica della Disputa felice, come titola il suo libro il mio collega Bruno Mastroianni, al quale io ho avuto l’onore di scrivere la prefazione, consiste nel dissentire senza litigare. Mentre è possibile e lecito avere opinioni divergenti, non occorre per forza “odiarsi” per questo. Un esempio: recentemente ho scritto un articolo sulla genesi di un mio tatuaggio. Nei commenti, varie persone hanno scritto di non amare i tatuaggi, ma nessuno con frasi come “i tatuaggi fanno schifo” oppure “i tatuati sono persone malate”: al massimo, alcuni hanno detto “premesso che non sono tatuato” o “a me i tatuaggi non piacciono”, che suona ben diverso. I primi casi sarebbero di “disputa infelice”, perché creano immediatamente un clima di astio; i secondi invece sono esempi di “disputa felice”: nel mio piccolo, cerco sempre di creare un clima favorevole al confronto sereno, io per prima. Non sempre ci riesco, intendiamoci.

Il punto 8 del decalogo delle Parole Ostili recita: “8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare. Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.” È a mio avviso uno dei punti più importanti e significativi del decalogo e tocca una fragilità antropologica della comunicazione teorizzata anche da molti filosofi e pedagogisti nonviolenti (scritto alla Capitini). Il legame appare ancora più evidente se si considera il punto successivo “Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.” Dunque, c’è un legame tra le tue/vostre riflessioni e le teorie nonviolente degli anni Settanta e Ottanta? Se non c’è un legame diretto, credi che potrebbero esserci punti di contatto tra la tua ostinata e fondamentale battaglia contro l’ostilità sui social e la formazione all’impegno politico e sociale?

Il manifesto nasce dal lavoro di molti “cervelli”, di formazione, provenienza e anche età diverse. Non posso, quindi, conoscere gli influssi in base ai quali ha agito ognuno di noi. Il legame, però, c’è sicuramente, nel senso che la conoscenza non è altro che un reticolo gigantesco di nozioni e ragionamenti accumulati e stratificati, secolo dopo secolo. E anche i punti di contatto non mancano: se è vero che online ricreiamo le dinamiche 1.0, è anche abbastanza consequenziale che l’educazione digitale nasca da un sostrato saldo di educazione sociale, di educazione allo “stare in società”, in senso etico e morale.

Credi che la lettura e l’educazione alla letteratura possano contribuire a combattere il fenomeno dell’ostilità sui social? Se sì, vuoi darci qualche idea?

Credo di sì. La letteratura apre la mente. Ci fa vedere il pensiero degli altri. Ci spinge a ragionare in maniera diversa dal nostro solito. Non devono essere per forza mattoni indigeribili. Cito alcuni dei miei libri preferiti, secondo me illuminanti: Lezioni americane di Italo Calvino (per i ragionamenti metalinguistici); Good Omens di Neil Gaiman (per esempi di ironia non malevola), La strada di Cormack McCarthy (per vedere quanto possiamo diventare animali quando ci sentiamo minacciati).

Di recente su The Atlantic, ma anche in ambienti scientifici e altre riviste di divulgazione riviste si è accesa la discussione sull’opportunità di insistere tanto sul bisogno di combattere le microaggressioni verbali, e su cosa significhino le campagne che si focalizzano sul controllo delle “offese” per la gestione della libertà di opinione, che invece secondo alcuni comprenderebbe anche l’esprimere in maniera aggressiva le proprie opinioni e la possibilità di ideare e utilizzare slogan che comprendano espressioni offensive. Si tratta di un punto controverso e delicato. Fino a che punto è corretto intervenire sulla situazione di diffusa aggressività verbale, come e perché?

Devo dire che credo poco alla censura e ai diktat dall’alto: abbiamo visto in altri contesti a cosa abbia portato il proibizionismo. In rete, l’applicazione dei filtri contro le parolacce ha dato origine a un ventaglio amplissimo di autocensure eufemistiche, ma non ha risolto la voglia di bestemmiare. Certo, punire come insegnamento per far capire che siamo responsabili di quanto scriviamo in rete potrebbe anche funzionare, ma io credo soprattutto all’educazione a una vera e propria “ecologia della comunicazione”, online e anche offline. La verità è che non nasciamo con competenze alte di argomentazione e dialettica. Perché dovremmo quindi tutti essere automaticamente dei draghi della discussione pacifica sui social? Educazione e responsabilità sono le parole chiave. Ora possiamo e dobbiamo metterle in pratica.

Per me è indubbiamente l’ultimo, “Anche il silenzio comunica”. Credo che parliamo e scriviamo tutti troppo. Spesso, per di più, parliamo di argomenti che non conosciamo per nulla o perlomeno non a fondo. I social in qualche modo hanno alimentato la convinzione che, siccome possiamo tutti dire sempre la nostra, sia quasi un dovere farlo. Io invece sono dell’idea che a volte non sia obbligatorio avere un’opinione su tutto: non possiamo abbracciare tutto lo scibile umano, quindi io in molti campi preferisco ascoltare – e dare retta – a chi su un dato argomento ne sa provatamente di più, sempre, giustamente, cum grano salis, ma dando comunque il giusto peso alle competenze altrui.

Molti dei punti che avete strutturato mettono in luce la forte tendenza agli atteggiamenti manipolativi e passivo-aggressivi sui social. A me sembra che questo si muova su un asse biunivoco di influenza: i social influenzano la vita quotidiana (perché ne fanno parte a tutti gli effetti) e però il degrado delle relazioni quotidiane influenza la cattiva educazione sui social. Dove bisogna agire, sia a livello linguistico che educativo?

Sicuramente la relazione è bidirezionale. La cattiva educazione offline influenza la nostra capacità di stare online, ma anche il modo di comunicare becero e non ponderato, non filtrato, che vediamo tanto sui social, poi influisce anche sulla vita reale. Una mia amica, professoressa di lettere alle superiori, Lorenza Alessandri, cita spesso una scena che le è accaduta in aula: davanti alla spiegazione del significato di una parola, che lo studente non conosceva bene, la reazione di quest’ultimo è stata di ribattere “ma chi lo dice che questa parola ha questo significato e non quello che le davo io? Siamo o non siamo in democrazia?”, mostrando, a suo ma anche a mio avviso, il trasferimento di una dinamica tipicamente social anche nella realtà.

Detto questo, penso che, come del resto sottintende il decalogo di Parole_Ostili, che il problema non sia circoscritto ai social, ma che occorra agire sull’educazione, civica e linguistica, a monte, nella vita di tutti i giorni.

Come credi che sia influenzata la capacità di relazione soprattutto dei giovani dalla diffusione di atteggiamenti verbali e del discorso meno rispettosi degli altri? È possibile agire in positivo per comunicare la bellezza del confronto e del dialogo rispettoso?

Intanto, da prima della rete i media ci hanno abituato alla polarizzazione: le diatribe funzionano quasi sempre su contrapposizioni nette, sul bianco e nero. Raramente ci si sofferma sui grigi, che in un certo senso sono molto più difficili da gestire. Le certezze danno, per l’appunto, certezze. Il dubbio, invece, alla fine di tutto è l’unico modo per aumentare le proprie competenze. E spesso i dubbi nascono proprio dal confronto con chi la pensa diversamente.

Ricercatrice e traduttrice di letteratura tedesca, educatrice, si occupa di studi culturali. Vive a Bracciano (Roma). Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui

Fonte originale articolo 

Altri approfondimenti: La comunicazione non ostile, Internazionale, 20 febbraio 2017

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