Il rosa nudo

l Rosa Nudo, un film di Giovanni Coda – di cinema sperimentale a metà tra arte e documentario – che ricostruisce il dramma di Pierre Seel e dei deportati omosessuali sterminati nei lager nazisti.

articolo di MASSIMILIANO CHIAVARONE – mchiavarone@yahoo.it

Sono almeno 50 mila gli omosessuali uccisi nei lager nazisti. E’ questo l’omocausto, cioè lo sterminio degli omosessuali e delle lesbiche durante il regime tedesco. L’occasione perparlare di questa tragedia che resta ancora silente e trascurata dalle istituzioni, almeno quelle italiane, è fornita dal Gruppo Parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà che venerdì 27 febbraio ha organizzato alla Camera dei Deputati la proiezione de Il Rosa nudo, pellicola firmata dal regista Giovanni Coda e dedicata a Pierre Seel.
E’ grazie a quest’uomo che è stato squarciato il velo dell’ipocrisia e del silenzio sui crimini nazisti perpetrati contro gli omosessuali.
Seel lo ha fatto raccontando, semplicemente, quello che aveva visto e subito nei campi di concentramento in quanto omosessuale. Era del 1923, nato e cresciuto in Alsazia. A 16 anni denunciò il furto dell’orologio avvenuto in un luogo che notoriamente era un punto di ritrovo per gay. Al commissariato la sua denuncia fu accolta, ma lui, a sua insaputa, fu inserito nell’elenco degli omosessuali data la sua presenza nel posto dove era avvenuto il fatto.

Dopo l’invasione tedesca, nel 1940, Pierre, che aveva 17 anni, a causa di quella lista, venne convocato dalla Gestapo, malmenato, seviziato per due settimane e poi il 13 maggio 1941(i 18 anni li avrebbe compiuti il 16 agosto), deportato dai tedeschi e internato nel campo di concentramento di Schirmeck, a 30 chilometri da Strasburgo. Le torture che subì furono di una violenza inaudita. E assistette anche ad episodi di aberrazione pura, come quello in cui un giovane omosessuale fu torturato da un gruppo di nazisti, che gli immersero i testicoli nell’acqua bollente così tante volte da provocare la rottura dello scroto, poi lo impalarono con un bastone e lo uccisero a vangate. Il compagno di Seel invece fu fatto sbranare da cani affamati. 

Tutto questo avveniva perché i nazisti aveva ampliato e reso più spietata una norma che condannava l’omosessualità, il famoso Paragrafo 175, un articolo del codice penale tedesco in vigore dal 15 maggio 1871 al 10 marzo 1994. Esso considerava un crimine irapporti sessuali di tipo omosessuale tra uomini. Anche le lesbiche vennero colpite ma in misura molto più lieve. Il paragrafo 129 del codice penale austriaco, rimasto in vigore anche dopo l’annessione dell’Austria da parte della Germania, perseguiva indistintamente la «fornicazione innaturale» per entrambi i sessi con pene che variavano da uno a cinque anni di detenzione. Ma in pratica nulla rispetto al trattamento disumano che fu riservato agli uomini.

Una eliminazione sistematica dei gay attuata nei campi di concentramento. Con atti di crudeltà inaudita, resa più estrema, per esempio, dal folle tentativo di recuperare, attraverso la vivisezione degli omosessuali, il gene dell’omosessualità per poterlo isolare e verificare che fosse presente nei neonati di pura razza ariana e poterli eventualmente curare. Questo solo uno degli scopi che giustificò una mattanza, i cui numeri reali non si possono conoscere, perché le uccisioni potevano avere duplici motivi, vale a dire omosessuale ed ebreo. Comunque la cifra di morte dei gay nei lager varia da 10 mila a 600 mila e l’United States Holocaust Memorial Museum di Washington, il museo ufficiale degli Stati Uniti d’America, stima che durante il regime tedesco, negli anni che vanno tra il 1933 e il 1945, almeno 100 mila uomini siano stati arrestati come omosessuali, di cui circa la metà condannati. Una strage dimenticata a cui invece va restituita almeno la dignità della memoria.

Una dignità che è diventata un monumento di sopportazione, pazienza, corraggio, eroismo e amore per la libertà e che hanno un nome: Pierre Seel. Quando finì la guerra, lui cercò in tutti i modi di dimenticare. Si sposò ed ebbe tre figli, senza mai rivelare a nessuno l’orrore che aveva subito e a cui aveva assistito. Ma, come al solito, gli eccessi suscitano reazioni incontrollate e giuste. A innescare la miccia furono le esternazioni omofobiche del vescovo di Strasburgo che spinsero Seel a parlare. Per la prima volta. E a rivelare tutto quello che si era tenuto dentro per circa 40 anni. Allora aveva 59 anni. Fece di più, con l’aiuto di Jean Le Bitoux, un giornalista, attivista per i diritti LGBT francese, scrisse la sua autobiografia, Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel,(Io, Pierre Seel, deportato omosessuale, tradotta anche in tedesco e in inglese con il titolo significativo: La liberazione era per gli altri. E infatti Seel, impiegò il resto della sua vita per ottenere il riconoscimento delle vittime omosessuali nella deportazione e nello sterminio nazista. Lottò per decenni per avere lo stato di deportato omosessuale dallo stato francese. 

E voleva che finalmente, la sua realtà e quella di tanti uomini, non venisse misconosciuta e che non fosse più un tabù occultato da tutte le democrazie europee del dopoguerra. Aveva avuto un risarcimento dall’Organizzazione internazionale per l’immigrazione come vittima dell’Olocausto ma continuava a combattere perché voleva essere riconosciuto come “vittima omosessuale” altrimenti si sarebbe sentito un sans-papier, “senza-permesso di soggiorno”. Anche in questo caso il prezzo che pagò fu molto alto, fu allontanato dalla famiglia di origine e non vide mai i suoi nipoti. Ma una vittoria la ottenne. A partire dal 2001 le autorità cominciarono a invitarlo per la Giornata della memoria e anche il presidente francese Chirac ammise l’esistenza della deportazione omosessuale. Seel è morto il 25 novembre 2005. E a proposito della “liberazione che era per gli altri”, il Memoriale ai gay e alle lesbiche vittime del nazionalsocialismo a Colonia in Germania reca la seguente iscrizione “Totgeschlagen – TotgeschwiegenColpito a morte – Messo a tacere). Proprio perché ora l’impegno è che il ricordo delle vittime del nazismo sia completo e che non ci sia una ripugnante gerarchia che discrimina le vittime di serie A e quelle di serie B. A questo proposito nei lager furono sterminati ebrei, omosessuali, lesbiche, ma anche Rom,Sinti, Jenisch e testimoni di Geova.

Il film di Giovanni Coda, Il Rosa Nudo, uscito nelle sale nel 2013 e frutto di tre anni di lavoro, ha ottenuto molti riconoscimenti tra cui il primo premio Miglior Lungometraggio Fiction all’Omovies Film Fest 2014 di Napoli, il Gold Jury Prize, premio per il miglior lungometraggio, al Social Justice Film Festival 2013 di Seattle, Washington e il Best International Film Award al 15° Melbourne Underground Film Festival in Australia oltre ad essere stato selezionato come Evento Speciale all’interno del Queer Lion alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2013.

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