L’Olocausto dimenticato: la deportazione degli omosessuali

L’Olocausto degli ebrei europei fu l’aspetto più tragicamente macroscopico del pensiero razzista portato alle sue estreme conseguenze. L’intolleranza verso “il diverso da se” che è l’elemento fondante di ogni razzismo venne applicato in primo luogo verso gli ebrei ma non soltanto verso di loro. Il numero delle vittime ebree e la scientificità con la quale i tedeschi perseguirono lo sterminio totale ha meritato l’uso del termine “Olocausto”, oggi con più esattezza denominato “Shoah”.

A fianco dell’Olocausto si manifestarono altri orribili crimini frutto di quello stesso razzismo che generò la “Soluzione Finale”. Altri gruppi di individui, altre etnie vennero individuate come inferiori dai nazisti e contro di esse furono perpetrati crimini abominevoli. In primo luogo i nazisti considerarono “inferiori” i popoli slavi e ciò si tradusse nel tentativo di annientamento dei polacchi e nell’assassinio – in disprezzo di ogni regola di guerra – di circa 2.000.000 di prigionieri di guerra russi.

In secondo luogo l’intolleranza razzista si esercitò verso i deboli: i malati di mente, gli incurabili, i disabili. Per queste persone venne varato il “Progetto T4“, meglio noto come “Progetto Eutanasia” che condusse alla morte circa 70.000 cittadini tedeschi.

La stessa idea secondo la quale esistevano “vite indegne di essere vissute” portò alla persecuzione in tutta l’Europa occupata dei Sinti e dei Rom, vale a dire degli zingari che a decine di migliaia vennero fucilati o mandati alle camere a gas dei campi di sterminio.
Infine il razzismo tedesco si volse contro gli omosessuali contro i quali il secolare pregiudizio era ben radicato nella società tedesca.

Con la unificazione della Germania nel 1871 non fu creato un nuovo corpus giuridico ma si adottò la più semplice soluzione di estendere a tutto il Paese le leggi in vigore nell’ex regno di Prussia.
Questo procedimento in sé non fu isolato: anche l’Italia post-risorgimentale adottò le leggi piemontesi che vennero estese a tutta Italia.Tuttavia la legislazione prussiana era in assoluto la più rigida tra tutte.
Questa rigidità era ovviamente applicata alla morale sessuale. Gli atteggiamenti e le inclinazioni omosessuali erano regolate dall’Articolo 175 del Codice penale che recitava testualmente:
“Un atto sessuale innaturale commesso tra persone di sesso maschile o da esseri umani con animali è punibile con la prigione. Può essere imposta la pena accessoria della perdita dei diritti civili”Parallelamente alla proibizione legislativa la medicina dell’epoca aveva classificato l’omosessualità come una degenerazione genetica o come un disturbo patologico della personalità. Normalmente medici e psichiatri della fine dell’Ottocento distinguevano poi tra una omosessualità “innata” ed una “acquisita”. Studiosi come Krafft-Ebbing (il teorizzatore del sadismo) e von Westphal elaborarono queste teorie offrendo soluzioni di controllo sociale che, invariabilmente, assumevano caratteristiche repressive. Ciononostante – e nonostante periodiche campagne antiomosessuali specie da parte della Chiesa Protestante – l’omosessualità cominciò a costituire una coscienza di sé organizzandosi nelle prime forme organizzative europee.
Questa crescita – che oggi definiremmo “di coscienza” – venne favorita dalla azione pionieristica di Karl Heinrich Ulriches che per primo, tra il 1860 ed il 1865 teorizzò l’uguaglianza sociale degli omosessuali e, soprattutto, dal medico e psicologo Magnus Hirschfeld che nel 1897 fondò il Comitato Scientifico Umanitario. Scopo del Comitato era l’abolizione dell’articolo 175, la diffusione di corrette idee scientifiche intorno alla sessualità e alla omosessualità, il supporto ai movimenti omosessuali. All’azione di Hirschfeld si affiancò a partire dal 1903 quella di Adolf Brand che fondò la Gemeinschaft der Eigenen che puntava a qualificare l’omosessualità più come movimento culturale producendo periodici, pubbliche letture e modelli idealistici e filosofici.

A cogliere il maggiore successo fu la Lega per i Diritti Umani (1923-1933) che nel momento del suo massimo sviluppo contava 48.000 aderenti.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914 Berlino aveva 40 locali omosessuali sia per gay che per lesbiche, diversi periodici e uno sviluppo simile si andava allargando alle altre città tedesche. L’Articolo 175 pur in vigore non veniva di fatto applicato.

La mentalità dei nazisti  e gli esperimenti medici sugli omosessuali

Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.
Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell’opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d’avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere. Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il contagio si diffondeva dovunque.
Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che … non potessero ricominciare… .
A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.
L’effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali.
I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell’antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.
Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione – coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti – poté essere rieducata e liberata dal vizio.
Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell’altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.
Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l’espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo.
Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro costituzione.
Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell’«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l’esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L’«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici.
Nel 1944 I’SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.
Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz’altro dell’occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto disgusto.
Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali.
Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono e l’una e l’altra occasione. Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia”.

(Rudolf Hoss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi)

La testimonianza di Hoss per quanto rivoltante nella sua inumanità è rivelatrice della mentalità nazista: gli omosessuali possono essere “guariti”, almeno quelli non “innati”. Gli esperimenti con le prostitute, la convinzione che un lavoro massacrante potesse riportare alla eterosessualità i “triangoli rosa” fa emergere la preoccupazione di non veder sabotata la crescita del sangue tedesco. Questo atteggiamento fu alla base del tentativo di “guarire” gli “irrecuperabili” con l’intervento della medicina.

Un medico danese delle SS, Carl Vernaet, chiese di poter sperimentare un suo preparato a base di ormoni che, secondo i suoi studi, sarebbe stato in grado di “guarire” definitivamente i “triangoli rosa”. Un certo numero di omosessuali vennero inviati al campo di concentramento di Buchenwald dove Vernaet installò il proprio laboratorio. In via preliminare Vernaet, esaminati i prigionieri li divise in tre categorie:

  • Omosessuali incalliti (che amano lavorare a maglia o ricamare)
  • Omosessuali irrequieti (che oscillano tra virilità e indifferenza omosessuale)
  • Omosessuali problematici (recuperabili sotto l’aspetto psicologico)

La prima categoria, separata dagli altri, fu la protagonista degli esperimenti. La “cura” di Vaernet consistette nell’incidere la cute dell’addome e nell’inserimento di una dose massiccia di testosterone che sarebbe dovuta essere sufficiente per un anno.
A distanza di tre settimane l’80% delle persone operate era deceduto ed il 20% rimanente non presentava sintomi di guarigione. Lo stesso insuccesso e le stesse percentuali di mortalità si registrarono nei soggetti “irrequieti” e “problematici”.

tratto da e più info su: http://www.olokaustos.org/

Commenti

Codice di verifica * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.