Lupino – il documentario di François Farellacci

Lupino – film vincitore del Concorso presentato al festival in anteprima mondiale – di François Farellacci (regia, sceneggiatura e montaggio) e Laura Lamanda (sceneggiatura e montaggio), è uno dei documentari più illuminanti e più umani sugli adolescenti residenti nelle periferie mai visti da chi scrive.

Il film segue gli adolescenti di una zona periferica e popolare di Bastia, in Corsica, aderendo ai loro corpi, facendoci sentire il loro modo di parlare concitato e pieno di volgarità infantili, ma che fanno quasi tenerezza, divertono: in un piano-sequenza iniziale, dominato da un ragazzino a torso nudo che cammina e palleggia sulla strada asfaltata, è già restituita tutta la loro vitalità, la loro spontaneità, il loro camminare caotico.

Poi torna il canto delle sardine strette in scatola, che pare quasi una metafora della loro situazione di adolescenti e soprattutto di futuri adulti. Perché questo documentario è anche l’annuncio, il presagio di una possibile futura situazione senza via d’uscita. Per ora, dopo il prologo iniziale dalla fotografia sporca e dalla sonorità rock quasi rabbiosa dove si vede come un filmato casalingo, è il momento per i tre giovanissimi amici del divertimento estivo lontano dai genitori. Predomina un sentimento di possibilità aperte, di orizzonte aperto. Più avanti due dei ragazzi parleranno di quando l’aria è tersa e si vede il lembo di terra opposto: un presagio di pioggia per il giorno dopo. È un succedersi di piccole cose, ben scelte e ben filmate. Per ognuna di esse, come anche solo l’attesa per prendere l’autobus, c’è un piccolo show. Sanno divertirsi con nulla, un bel senso di comunità d’appartenenza è delineato: “riempimi la testa di altri orizzonti, di altre parole”, canteranno più tardi sulla spiaggia, in una sequenza notturna. E così via. Questo bel ritratto di vita quotidiana si conclude con uno dei ragazzi che guida l’auto in discesa mentre albeggia, avvolto da una colonna sonora di rock elettronico, in opposizione alla sequenza iniziale sopra citata, una lenta salita diurna a piedi e a più voci: i caseggiati di quel grande agglomerato urbano scorrono veloci, la strada – la linea orizzontale – è via via sempre più inclinata e obliqua. Un sentimento di solitudine affiora nello spettato respecchio, forse, di un sentimento possibile provato dal ragazzo. Come una festa finita, prima di una partenza verso l’incognito.

(tratto da: internazionale)

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