Nobili intenti, grandi polemiche

Jacob è un ragazzino ugandese che ispira simpatia istintiva, nonostante lo sguardo sperduto di chi ha visto la morte in faccia. Aveva il volto dei miliziani del Lord’s Resistance Army e impegnava un panga, una sorta di machete: con quell’arnese i soldati hanno tagliato la gola a suo fratello. Lui ha visto tutto. Jacob rivive quell’incubo e piange. Sono scene che scuotono e arrivano al cuore, ma non solo. Arrivano ovunque. Anche sui computer di 76 milioni di persone: tanti sono gli spettatori totalizzati in una settimana dal video Stop Kony 2012, realizzato dalla Ong Invisible Children, e postato su Youtube il 6 marzo. Un successo tanto più eclatante se si considera che il video non dura un paio di minuti e non si vedono cuccioli che giocano o ragazzine che muovono le sopracciglia a tempo di rap; un fenomeno virale che ha suscitato sospetti con la stessa facilità con cui ha commosso milioni di utenti. E il dibattito si è aperto subito: un caso di generosità e di altruismo che ha trovato in un sapiente uso dei social network e delle tecniche di marketing un alleato provvidenziale o una manovra dietro la quale si nascondono centri di potere occulti come la lobby americana delle armi? Nobile idealismo o un’operazione pilotata dalla Cia? Nella Rete intanto già girano video che fanno le pulci e mettono in evidenza le zona d’ombra del documentario.
Il documentario racconta l’iniziativa di un videomaker americano che nel 2003 incontra Jacob, un ragazzino ugandese sfuggito miracolosamente all’Lra, una milizia guidata da Joseph Kony, responsabile di una serie di attacchi, uccisioni sommarie, stupri e di aver ucciso o ridotto in schiavitù qualcosa come trentamila bambini, in un’area compresa tra il nord dell’Uganda, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana. L’Lra è attiva da quasi trent’anni: adesso bisogna fermarla. Bisogna convincere il governo americano a fare qualcosa anche se non avrebbe interesse a investire mezzi e risorse in una simile causa. Comincia allora l’opera di apostolato che passa attraverso la fondazione di una Ong, Invisible Children, e cresce in maniera esponenziale, grazie ai social network. Donazione dopo donazione il giro delle operazioni si allarga, arrivano esperti di comunicazione, nasce il merchandising, le iniziative si moltiplicano; poi l’idea: coinvolgere i personaggi più influenti dello star system hollywoodiano ma anche autorevoli membri del Congresso. Quel manipolo di sognatori ora sono una valanga: c’è George Clooney che dice di augurarsi che i criminali di guerra siano sottoposti alla stessa pressione mediatica cui è soggetto un attore come lui, mentre nel video si vede una copertina di Time dedicata a lui accanto ad un’altra dedicata a Kony (ma ci sono anche Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook, Bono e Angelina Jolie). I volontari entrano negli uffici di senatori come John Kerry e di molti altri politici di lungo corso, di ambedue gli schieramenti. A ottobre il presidente Barack Obama promette l’invio di un centinaio di teste di cuoio come consulenti del governo ugandese nella lotta contro l’Lra. I ragazzi si abbracciano, hanno vinto: ma il tempo stringe. L’attenzione non durerà in eterno, va capitalizzata: quindi Kony va arrestato entro il 31 dicembre 2012. Fino ad allora, la sua faccia dovrà campeggiare ovunque. Gli stickers che lo ritraggono accanto a Hitler e Bin Laden devono essere affissi in ogni dove.

Alla fine resta una voglia di giustizia, il bisogno di fare qualcosa cui si accompagna un retrogusto più amaro: il senso che qualcosa non torni. Stride ad esempio il contrasto tra la storia raccontata, quella di un impegno mosso da nobili ideali e da tanto altruismo dei classici ragazzi della porta accanto, con la confezione piuttosto holliwoodiana, plastificata e poco credibile, che caratterizza il documentario. È in contrasto con i buoni propositi esposti il forte manicheismo con cui viene raccontata la storia dell’Lra. Nel video, il promotore dell’iniziativa spiega la vicenda come se stesse parlando a dei bimbi di tre anni. Anzi, parla proprio a un bambino di tre anni, al figlio, cui mostra la foto di Jacob, il bene, e quella di Kony, il male. I giudizi non sono mai arrotondati, non ci sono analisi, ma solo semplificazioni e immagini forti, come quella che ritrae Hitler, Bin Laden e Kony insieme, come se fossero compari di una stessa brigata. A un linguaggio orale semplice ed elementare si accompagna una narrazione per immagini molto più potente e persuasiva. Forse è questo cortocircuito, ciò che turba di più. Non una parola sul Paese cui si dovrebbero destinare aiuti economici ingenti, l’Uganda, e sulle ripetute violazioni dei diritti umani commesse dal governo di Kampala.

Tante le omissioni e molte di più le semplificazioni: troppe per non pensare che più che disattenzione ci sia stata furbizia. E allora nascono i sospetti e le speculazioni. Qualcuno è arrivato a chiedersi chi sia in realtà Invisible Children, denunciando l’opacità del bilancio e la scarsa propensione ad investire in progetti d’aiuto diretto (è destinato a questa voce di spesa il 32 per cento del budget) che in stipendi, marketing e comunicazione (il restante 68 per cento). Ma, purtroppo, anche guardando a Ong più grandi e blasonate, con un raggio d’azione mondiale, non si troverebbero dati molto diversi. Altri hanno evocato l’ombra della lobby delle armi o addirittura della Cia. Certo, si nota una inedita armonia di intenti tra i volontari di Invisible Children e i circoli più conservatori che da anni spingono per una maggiore presenza americana in Africa. E, infine, è difficile credere che la sola abnegazione di giovani, che meritano tanta stima e considerazione, abbia aperto le porte delle stanze che contano a Washington e Hollywood. Questa stessa disponibilità non la si è vista nei confronti del movimento Occupy Wall Street, le cui istanze non erano meno fondate. L’idea che i giovani possano riscrivere l’agenda di una potenza col solo aiuto dei social network è fuorviante: piuttosto, Stop Kony 2012 lascia la sensazione che Youtube, Facebook e Twitter non siano necessariamente baluardi della libera informazione. Se usati con astuzia, possono giocare a favore della propaganda, da qualunque parte questa provenga.

articolo tratto da E-il mensile On-line di Emergency del 14.03.2012

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