Parlare a scuola delle stragi di Parigi: sì, ma come?

Si dice sempre che l’insegnante deve dialogare con i ragazzi sull’attualità. Ma per non trasformare l’aula nella brutta copia di un talk show televisivo, bisogna dotarli degli strumenti necessari alla riflessione. Il che richiede tempo e metodo. E a volte non farlo a ‘caldo’, il giorno dopo il fatto, è un atto di responsabilità

Quando succedono eventi come gli attentati di Parigi, l’insegnante che il giorno dopo entra in classe la mattina ha un doppio fardello sulle spalle. Da un lato è un essere umano, ed è quindi lui stesso toccato e scosso da ciò che è accaduto. Come tutti, sui fatti ha il suo punto di vista, che è determinato dalla sua storia pregressa e personale, dalle esperienze che ha avuto, dai valori in cui crede, dalla idee che ha sulla vita e sul mondo.

È quindi uguale a tutti gli altri esseri umani che vivono sul nostro pianeta. Dall’altro lato, però, è un insegnante, e questo lo rende diverso dagli altri, perché ha la responsabilità degli alunni, bambini, ragazzi e giovani, che gli sono stati affidati.

La scuola, si dice sempre, deve parlare dell’attualità e di ciò che succede nel mondo. Tanto più in questo caso, in cui eventi improvvisi irrompono sulla scena della storia. Il problema non è parlarne o no, ma scegliere il come. E il come è legato profondamente all’idea che ciascuno ha della funzione specifica della scuola.

Qual è la funzione della scuola? Offrire ai ragazzi una serie di strumenti e di metodi per affrontare e comprendere la realtà che li circonda. Non è uno sfogatoio dove bisogna necessariamente occuparsi immediatamente di ogni cosa venga dall’esterno, non è un fast food dove gli argomenti vanno consumati subito, cotti e mangiati.

La scuola è il luogo dove i ragazzi – e noi con loro – dovrebbero imparare ad usare gli strumenti della riflessione sul presente, incastonare i fatti nel loro contesto, ragionare sui fenomeni di lunga durata, capire come essere costruttivi e trarre insegnamenti da ciò che ci circonda. La scuola deve aiutare gli allievi a trovare il metodo con cui ciascuno costruisce il senso di ciò che fa e del mondo in cui vive.

Un dibattito serio ha bisogno di dati certi da cui partire, non sempre reperibili nella confusione del momento. Va costruito ragionando su come scegliere le fonti da cui attingere notizie, interrogandosi su quali aspetti siano davvero importanti e funzionali, imparando a distinguere le opinioni dai fatti.

Aprire il dibattito significa poi educare al confronto. Che non vuol dire, come molti pensano, fare semplicemente il vigile urbano delle varie opinioni, dando la parola e impedendo ai ragazzi di accavallarsi maleducatamente, ma anche impostare lo scambio con criteri “sani”. Pretendere che i ragazzi non diventino replicanti della fuffa da talk show, insegnando loro che se si parla di fatti bisogna averli controllati, e se si citano i dati bisogna prima averli studiati e poi saperli usare come pezze d’appoggio per dare peso alle proprie opinioni.

Tutto questo richiede tempo e studio e preparazione. I dibattiti non si improvvisano lì per lì: vanno costruiti, inseriti in una cornice. Per questo ci vuole tempo, ed anche una dose di freddezza e di distacco, perché degli argomenti bisogna saper analizzare bene le implicazioni, e dei fatti le conseguenze.

 

per una lettura completa dell’articolo di Mariangela Vaglio:

http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2015/11/16/news/parlare-a-scuola-dei-fatti-di-parigi-si-ma-come-1.239235

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