Processo per Stupro – 1979 – A trial for Rape – Integrale

Nel 1979 in Italia lo stupro era ancora considerato un "reato contro la morale", cioè chi commetteva uno stupro o una violenza sessuale, veniva imputato per aver commesso un reato contro la moralità pubblica e il buon costume, e NON per aver commesso un reato contro la persona. Poi le cose per fortuna sono cambiate.Processo per stupro (A Trial for Rape) è un film del 1979 diretto da Loredana Dordi. Fu il primo documentario su un processo per stupro mandato in onda dalla RAI. Ebbe una vastissima eco nell’opinione pubblica relativamente al dibattito sulla legge contro la violenza sessuale.L’idea di documentare un processo per stupro nacque in seguito ad un Convegno Internazionale sulla «Violenza contro le donne», organizzato dal movimento femminista nell’aprile del 1978 nella Casa delle donne in via del Governo vecchio, a Roma. In quel convegno emerse che ovunque nel mondo, quando aveva luogo un processo per stupro, la vittima si trasformava in imputata. Loredana Rotondo, programmista alla RAI, propose a Massimo Fichera, allora direttore di Raidue, di filmare un processo per stupro in Italia. Fichera accettò. Dietro preventiva autorizzazione del Presidente della corte, il documentario fu registrato al Tribunale di Latina da Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Loredana Rotondo sotto la regia di Loredana Dordi.Il documentario Processo per stupro fu mandato in onda per la prima volta alle 22:00 il 26 aprile 1979 e fu seguito da circa tre milioni di telespettatori; a seguito di richieste di replica, fu ritrasmesso in prima serata nell’ottobre dello stesso anno e fu seguito da nove milioni di telespettatori. Fu quindi insignito del Prix Italia e presentato a svariati festival del cinema, fra cui il Festival di Berlino, la settimana del cinema europeo a Nuova Dehli, ottiene una nomination nella terna finale dell’International Emmy Award; se ne conserva oggi una copia negli archivi del MOMA di New York.In un’intervista del 2007, l’avvocata Tina Lagostena Bassi, che nel processo era difensore di parte civile, sottolineò come la trasmissione in tv del documentario fu sconvolgente per gli spettatori perché si rendeva visibile come gli avvocati che difendevano gli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne: inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della parte lesa, puntavano a screditarne la credibilità e finivano per trasformarla in imputato. L’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna «di buoni costumi» non poteva essere violentata; che se c’era stata una violenza, questa doveva evidentemente essere stata provocata da un atteggiamento sconveniente da parte della donna; che se non c’era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, la vittima doveva essere consenziente.Nel dibattimento, il «disonore» si sposta gradualmente dal presunto aggressore alla presunta vittima, tanto che nella sua arringa, l’avvocata Lagostena Bassi sente la necessità di ricordare che lei non è il difensore della parte lesa, ma l’accusatore degli imputati.

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