Remi Ochlik, il fotoreporter che voleva essere sempre dove si gioca la storia

ROMA – PARIGI – È il secondo giornalista francese a morire in Siria dall’inizio del conflitto: Remi Ochlik, solo 28 anni, promettente fotoreporter freelance per importanti testate tra cui Paris-Match, Time Magazine e The Wall Street Journal, è stato ucciso in un attacco a colpi di mortaio a Homs, assieme alla giornalista americana Marie Colvin. Nato a Thionville, nell’est della Francia, Ochlik si era diplomato a Parigi alla scuola Icart-Photo e aveva fatto uno stage all’agenzia Wostok, prima di fondare la sua agenzia fotografica, IP3 Press, specializzata nell’attualità francese e nei conflitti nel mondo, e diventare giornalista professionista.

La vocazione. «Quando gli chiesi cosa volesse diventare mi rispose subito: «fotografo di guerrà», racconta la direttrice di Wostok, Slavica Jovicevic, che rimase impressionata dal suo talento. Fisico atletico, capelli castani e occhi azzurri, Remi aveva fatto la sua prima esperienza di fotoreporter a 20 anni a Haiti durante la guerra civile del 2004 dopo la caduta del presidente Jean-Bertrand Aristide: «A vent’anni non si ha voglia di morire – spiegò allora Remi – Quando si è sul campo si darebbe di tutto per essere lontani, per non essere mai venuti». E aggiunge: «È pericoloso ma io sono lì dove ho sempre sognato di essere. E quando il pericolo è passato c’è una sola voglia, una sola idea fissa: ritornarci, ancora e ancora. La guerra è peggio di una droga».

I premi. Per quelle foto, vinse il Premio giovane reporter Francois Chalais ed ebbe un omaggio al Festival di fotogiornalismo di Perpignan: «Un reportage molto bello, molto forte – commentò il direttore del Festival, Jean-Francois Leroy – Ecco, il fotogiornalismo non è morto». «Remi era un grande professionista, umile, pieno di energia, amava questo mestiere – dice il suo amico e collega Franck Medan -. Lavorava con una Olympus OM1 che gli aveva regalato suo nonno, a 35 millimetri, perché non aveva i mezzi per dotarsi di teleobiettivi ma anche per andare più vicino e vivere le cose pienamente». A Paris Match lo ricordano come «uno dei fotoreporter più promettenti della sua generazione, entusiasta, curioso, brillante».

I reportage. Tra i suoi reportage si ricordano anche la campagna presidenziale francese del 2007, la guerra in Congo nel 2008 e ancora ad Haiti, l’epidemia di colera e le elezioni presidenziali nel 2010, quindi le rivoluzioni del 2011 in Tunisia, Egitto e Libia, dove riesce a fotografare il colonnello Gheddafi morto. Vince il Gran Prix Photo Jean-Louis Calderon per tre fotoreportage intitolati ‘La caduta di Tripolì, ‘Egitto piazza Tahir’ e ‘La rivoluzione dei gelsominì ed è tra i vincitori del World Press Photo 2012, il più prestigioso premio di fotogiornalismo, per una foto scattata in Libia. »Quei popoli erano animati dal sentimento di insofferenza, mentre io da quello di essere lì dove si gioca la storia«, aveva spiegato Remi Ochlik. Sempre a Homs, lo scorso 11 gennaio, morì durante un bombardamento un altro giornalista francese, Gilles Jacquier.
(Fonte: Il Messaggero, Mercoledì 22 Febbraio 2012 – 19:43

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