Chi deve scusarsi per gli atti di terrorismo?

Dopo l’attentato a Charlie Hebdo si sono rincorse riflessioni e reazioni tra le più varie nei confronti degli atti di terrorismo accaduti: in particolare alcuni giovani musulmani diffusero la campagna #Notinmyname per prendere le distanze dall’Isis e dagli attentati.  Not in my name fu anche il titolo del celebre articolo di Igiaba Scego con il quale esprimeva tutta la sua rabbia di musulmana stufa di essere associata a chi semina morte e terrore:

“Oggi mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto. Not in my name, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta!”

Io non mi dissocio aveva replicato Karim Metref, educatore e blogger musulmano che vive a Torino, in una lettera di risposta all’articolo di Igiaba Scego:

“Da ogni parte ci viene chiesto di dissociarci, di scrivere che noi stiamo con Charlie, di condannare, di provare che siamo bravi immigrati, ben integrati, degni di vivere su questa terra di pace e di libertà. Ebbene, anche se ovviamente condanno questo atto come condanno ogni violenza, non mi dissocio da niente. Non sono integrato e non chiedo scusa a nessuno. Io non ho ucciso nessuno e non c’entro niente con questa gente.”

Il progetto del regista olandese Abdelkarim El-Fassi si colloca sulla scia di questo dibattito e, attraverso il video che vi mostriamo, approfondisce il concetto di “colpa per associazione” sostenendo che questo meccanismo non faccia che generare segregazione piuttosto che unione contro il terrorismo.

Nel video viene spiegato a una bimba bionda che i suoi capelli sono molto simili a quelli di Breivik, e per questo deve scusarsi. Allo stesso tempo, ai bambini di origine araba – con capelli scuri e un copricapo messo per gioco – viene detto che gli attentatori di Parigi erano di religione musulmana come loro. Alla fine anche questi piccoli pronunciano la parola “scusa” con un’espressione molto contrita.

“Non mi sono mai sentito così a disagio come quando ho girato questo video. Sicuramente si tratta di qualcosa di poco etico e pedagogicamente irresponsabile, ma a un livello più ampio lo stiamo facendo da anni. Questo atteggiamento deve finire, altrimenti impesterà le generazioni a venire”, ha detto il regista raccontando il suo lavoro: “Non voglio che mio nipote Hamza, una delle comparse nel video, venga ritenuto responsabile per faccende che non lo toccano nemmeno lontanamente. È un olandese-marocchino di terza generazione. Non c’è alcuna giustificazione per trattarlo in maniera diversa dai suoi compagni di classe bianchi”.

 

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