Sostenibilità Sociale

Il conseguimento della sostenibilità ambientale ed economica deve procedere di pari passo con quella sociale e l’una non può essere raggiunta a spese delle altre (Khan 1995).
La sostenibilità sociale, come sostiene Khan, include l’equità, l’empowerment, l’accessibilità, la partecipazione, l’identità culturale e la stabilità istituzionale. Si tratta di variabili distintive dei metodi sociologici. Esse pongono l’attenzione su una distribuzione socialmente equa di costi e benefici derivati dal modo in cui l’uomo gestisce l’ambiente; un modo (Farmer, citata da Basiago, 1995) che deve sempre più diventare olistico (per la diversificazione e l’integrazione di risorse umane, socio-culturali ed economiche), diverso (per la valorizzazione delle identità locali e della biodiversità), frattale (per realizzare sistemi organizzativi partecipativi e non gerarchici), evolutivo (per sostenere la diversità, l’equità, la democrazia, la conservazione delle risorse ed una più alta qualità della vita).

Nel corso degli ultimi due decenni molti autori hanno dibattuto i caratteri principali della transizione dall’epoca industriale ad una nuova, non ancora meglio definita, epoca: post industriale; postmoderna; ultra moderna e così via (Lyotard, 1984; Daudi, 1990; Giddens, 1990; Giarini e Stahel, 1993; Clegg, 1990; Lash, 1990; Paolucci, 1993; Freitag, 1994; Minc, 1993; Touraine, 1984,1992,1994).
Da un lato, secondo alcuni autori, la società può essere ancora analizzata come moderna dato che molti fenomeni che spesso vengono etichettati come postmoderni riguardano, in realtà, l’esperienza del vivere in un mondo che ha caratteri di continuità con l’era moderna, seppure in maniera storicamente nuova (Giddens, 1990).
Dall’altro, alcuni autori ritengono che la società sia significativamente cambiata e che l’epoca attuale si caratterizzi come qualitativamente differente da quella moderna. Si tratta di una nuova epoca storica, di nuovi prodotti culturali, di un nuovo modo di teorizzare il mondo sociale (Ritzer, 1996). Il pensiero postmoderno rifiuta un fondamento universale, astorico e razionale nell’analisi della società, mentre preferisce essere relativista ed irrazionale. In altre parole esso mette in discussione la razionalità e gli assunti "meta", sia in generale, sia nella sociologia: concetti che hanno costituito pienamente le basi del pensiero moderno.
La mente postmoderna è più consapevole di quella moderna dei rischi, dei dubbi, dell’incertezza. Questo è ciò che Bauman (1993) evidenzia quando scrive che la prospettiva postmoderna offre maggiore saggezza. Una saggezza basata sulla consapevolezza che, nella vita sociale ed umana, ci sono problemi senza uniche buone soluzioni, traiettorie contorte che non possono essere raddrizzate, ambivalenze, dubbi che non possono essere sciolti al di fuori dall’esperienza, sofferenze morali che non possono essere mitigate da ricette dettate dalla ragione. Sempre secondo Bauman, il pensiero postmoderno non si aspetta più di trovare una formula onnicomprensiva, totale e definitiva della vita, senza più ambiguità, rischio, pericolo ed errore, e sospetta fortemente di ogni voce che prometta il contrario.
Sia che si accetti l’ipotesi interpretativa della postmodernità, sia che si sostenga quella della modernità estrema del corrente periodo storico, in esso stanno avvenendo significativi cambiamenti concettuali. E molti di essi contribuiscono alla costruzione del paradigma della sostenibilità, formulando nuovi modi di pensare, analizzare e comprendere le dinamiche socio-culturali. In altre parole, la sostenibilità appare sempre più come uno dei simboli dell’attuale transizione dall’era industriale e moderna ad un’altra epoca alla fine di un secolo che è stato definito da Hobsbawm (1994) come "l’età degli estremi" e da Handy (1994) "l’età del paradosso".

Tutti questi percorsi rappresentano un periodo interessante della storia mondiale ed hanno in comune una ricca dinamica in molti campi; una dinamica aperta alla ricerca di nuove soluzioni a vecchi e nuovi problemi. Si assiste, infatti, ad una positiva e reciproca contaminazione tra le varie discipline del pensiero umano, chiamando in causa concetti quali: sapere, capitale umano, cultura e civiltà, progresso, equilibrio, equità, complessità, caos, cambiamento, incertezza, rischio, le relazioni tra tempo, spazio e dimensione fisica.
Tale processo ha sicuramente contaminato la sociologia, dato che il suo fondamento scientifico risiede proprio nell’analisi delle società e dei loro cambiamenti.
Come è noto, la sociologia è una scienza moderna. Il suo inizio è più collegato alle società industriali che a quelle rurali ed essa si è caratterizzata come scienza nata e vissuta per molto tempo all’interno del mondo e delle culture occidentali.
La sociologia si è però sviluppata vitalmente perché essa è una scienza dai molteplici paradigmi. Influenzata da altri paradigmi scientifici, la sociologia è attualmente del tutto consapevole del fatto che natura e società, artificiosamente separate nella società industriale classica, sono in realtà profondamente interrelate. E’ consapevole che i cambiamenti sociali influenzano l’ambiente naturale e viceversa, riconoscendo poteri casuali alla natura e considerandola come mediata dai processi sociali (Martell, 1994), sino a dire che la natura è società e la società è anche natura (Beck, 1992).
Ma esiste ancora la necessità, soprattutto per scienze come la sociologia, di colmare i problemi di comprensione di culture e civiltà che non sono occidentali e che interessano altre ampie parti del pianeta. Tale processo è in atto da tempo e produce effetti estremamente positivi. Infatti, lo studio delle trasformazioni sociali non può più ignorare il punto focale su cui ruota la società: l’essenza della vita. Si tratta di un’essenza che, come indica un concetto molto antico, non è limitata solo agli umani, ma unisce tutti gli esseri – uomini, animali e piante – con l’universo che li circonda.

Tale concetto fa parte della concezione induista che rifiuta la separazione tra religione e vita quotidiana, tra fede individuale e altre grandi tradizioni di fede nel mondo e secondo cui tutte le religioni sono parte di un processo di scoperta dell’unità di Dio, dell’umanità e della natura (Ranchor Prime, 1994).
Sembrano quindi esistere molte opportunità per sviluppare una comprensione ed un linguaggio comune tra le varie civiltà, filosofie, culture e discipline del Pianeta, soprattutto se si scopre come filo conduttore quello di un’etica volta a far prosperare la collaborazione tra umani e natura (Farmer, citata da Basiago, 1995).
In tale direzione, sembra oggi muoversi anche la sociologia. I suoi sforzi più innovatori ed interessanti sono orientati verso principi di olismo e di interdipendenza nel tentativo di collegare il continuum che esiste fra macroscopico e microscopico, tra dimensioni sociali oggettive e soggettive. Si tratta delle metateorizzazioni sociali sostenute da Ritzer (1996), secondo il quale, nel mondo reale, una parte si miscela gradualmente nell’altra, come componente di un più ampio continuum sociale.

A cura di Luca Fiorito
Gruppo di Coordinamento Agenda 21 Terre di Siena

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