Diversity Brand Summit

Diversity brand: a Milano l’8 febbraio il primo summit.

Perché conviene parlare di diversity? Come migliorare le performance aziendali, attirare talenti e attuare una leadership inclusiva? Come comunicare l’inclusione?

L’80% degli italiani preferisce brand inclusivi, attenti alla diversità in senso ampio. In termini di orientamento sessuale, religione, etnia, età, genere, disabilità e status socio-economico. Alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano l’8 febbraio si parlerà di tutto questo al “Diversity brand Summit 2018. Inclusion: Make it possible”.

Diversity Brand: cos’è e come si calcola

L’evento sulla Diversity Brand è organizzato da Francesca Vecchioni e Sandro Castaldo, Professore di Marketing presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi e Partner Fondatore di Focus Management. L’intento è quello di creare un’occasione di confronto tra aziende e scoprire il valore potenziale che genera l’inclusione dei brand sui mercati e nella società. Sarà anche l’occasione, con il Diversity Brand Award, per premiare i brand che nell’opinione pubblica e per gli stakeholder si distinguono per la capacità di saper parlare a ogni persona.

Nel corso del Summit sarà presentato il primo “Diversity Brand Index”. L’indicatore cioè che misura la capacità dei brand di essere percepiti come inclusivi e di lavorare fattivamente per sviluppare una cultura orientata alla D&I. L’indice integrerà i risultati della survey sulla popolazione italiana con le valutazioni del Comitato Scientifico. Inoltre, sarà espresso per ciascun marchio valutato, consentendo di individuare così i brand che concorreranno al Diversity Brand Award.

L’inclusione come valore economico

La Diversity & Inclusion (D&I) è diventata decisiva per il successo delle aziende. La propensione a consigliare un brand aumenta quando le aziende sono inclusive. E arriva fino a valori del 70,8% (Net Promoter Score, indicatore del passaparola). Le aziende inclusive sono più apprezzate dai consumatori, attirano più talenti, migliorano le performance economiche. “Oggi più che mai il valore che ognuno di noi associa ad un marchio, un brand, un’azienda, fa la differenza. La fa perché come consumatori scegliamo chi più ci rappresenta”, dichiara Francesca Vecchioni, Presidente di Diversity. “Scegliamo chi ci assomiglia, chi riesce a parlarci davvero. Scegliamo di chi fidarci. Ascoltiamo i brand che parlano di noi e con noi, usando la nostra lingua. La nostra scelta è un potere, coglierla come responsabilità è un’opportunità”, conclude Vecchioni.

Promotori e passaparola

Il sondaggio presentato in conferenza stampa ha raccolto le percezioni dei cittadini/e italiani su sette diverse forme di diversità: età, disabilità, etnia, genere, orientamento sessuale, religione e status socio-economico. E’ emerso che  quasi il 52% delle consumatrici e consumatori italiani privilegia brand che investono sull’inclusione. Valore che sale all’80% se si includono le persone che scelgono brand inclusivi per ragioni che le riguardano direttamente, quindi per interessi personali ed egoistici.

Inoltre, la propensione a consigliare un brand (tecnicamente Net Promoter Score, un “misuratore” del passaparola) aumenta quando i brand sono più inclusivi e arriva fino al 70,8% con una percentuale di detrattori 13 volte inferiore rispetto a quelli dei promotori. Al contrario, per le aziende percepite come non inclusive dai consumatori, il NPS scende fino al -43%, con un numero di detrattori più che triplo rispetto ai promotori.
Nonostante la frammentazione del mercato, è quindi chiaro il valore aggiunto di un brand inclusivo sia dal punto di vista etico e di mercato. Aumentano il numero di promotori ed il passaparola positivo, che fanno da volano al successo del brand. 

Fonte: http://winningwomeninstitute.org/event/diversity-brand-summit-diversity/

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