Educare in comunità ai tempi del Coronavirus

Appartengo a quella categoria di persone silenziose che continuano a lavorare nonostante tutto.
Il mio lavoro mi nobilita ogni giorno perchè ogni giorno io, e migliaia di educatori come me, ci occupiamo di chi non ha una famiglia.

Sono Francesca, pugliese di nascita e milanese di adozione e sono educatrice in una bellissima comunità residenziale rivolta a minori vittime di maltrattamenti e abusi.
Da noi, il tempo si è fermato già dal 23 febbraio.

Si, perché fortunatamente, la mia azienda ha avuto la lungimiranza di percepire da subito la gravità del problema predisponendo già da allora misure protettive e di isolamento.
E’ dal 23 febbraio che abbiamo una nuova routine, una nuova vita, siamo rinati sotto nuove vesti: siamo educatori, ma anche animatori, creatori di giochi, improvvisatori teatrali, esperti di informatica e videochat, preparatori atletici, docenti di ballo, esperti di falegnameria e molto altro.
Una nuova vita per noi educatori ma anche per i minori.
Le ore trascorrono lente e inesorabili, il risveglio, se prima frenetico e caotico perché dettato dalla campanella scolastica, adesso è fluido e morbido.
Nessuna sveglia che suona, nessun tempo scandito.
Gli unici appuntamenti fissi della giornata sono legati ai pasti e allo svolgimento dei compiti.
I pasti, momento in cui tutti in comunità ci uniamo per raccontarci, soprattutto a sera, la giornata di ognuno, oggi diventano un “MA CHE CI RACCONTIAMO OGGI?! NON E’ SUCCESSO NIENTE”
“DICI NIENTE!” citando un famoso spot delle merendine.
Ed è proprio qui che l’educatore offre, come sempre aggiungerei, un nuovo e diverso punto di vista delle cose.
Nonostante le giornate si assomigliano come tante diapositive in bianco e nero, siamo sempre lì a mostrare quanto, nonostante tutto, la vita sia bella e offre sempre occasione per imparare del nuovo pur restando in casa.
Insegniamo ad assaporare la purezza delle piccole cose: un abbraccio ( ah no, non si può J ), una pacca su una spalla, l’amico a te poco simpatico che ti ha prestato il joystick della Play o chi ti ha aiutato a rialzarti quando sei caduto in bici in giardino ( si, per fortuna abbiamo un grande giardino dove possono giocare).
Cose scontate? No, affatto! Perché nella frenesia della vita, ti soffermi raramente a riflettere su questo nonostante il ruolo che rivesti.
Ma il problema più grande, la fatica maggiore che avverto non è impegnare il tempo ma disimpegnare la testa.
I silenzi, la noia, la solitudine, sono momenti che i bambini devono sperimentare, ma non per troppo tempo.
Riecheggiano e incombono in loro improvvisamente i ricordi, le urla, le violenze subite e quelle assistite, il loro senso di colpa e le mancanze che hanno un peso preponderante nella loro vita.
Il voler sempre e comunque salvare i loro genitori dagli errori commessi e perdonarli per poter tornare ad una vita per loro normale è una costante del quotidiano ma in questi giorni, il peso e la fatica amplificano ogni tipo di emozione e ricordo.

Ed ora di normale non c’è nulla, neanche la vita di comunità lo è più.
Si ha la costante sensazione di vivere in una bolla d’aria sospesa dove l’orologio ti serve solo per segnare l’orario dei pasti e delle messe a letto, del tuo inizio e fine turno.
E poco prima di recarti a casa ti chiedi se sei riuscita a dare tutto quello che potevi per “normalizzare” queste giornate, se i bambini si siano abbastanza stancati e se riescono a riposare sereni perché si sa, la notte è il momento in cui tutti i ricordi riempiono la stanza e a te educatore, ti si sgonfia il cuore solo quando l’ultimo bambino si addormenta.
Perché per loro, si sa, è un isolamento peggio del nostro: se prima vedevano soltanto una volta al mese i propri genitori, adesso è solo attraverso una videata di un cellulare.
Per quanto abbiamo dovuto caricarci di questo isolamento, lo sentiamo solo nelle nostre gambe e non nel nostro cuore perché quello no, quello non puoi metterlo in quarantena.
Non resta altro che aspettare, dopo tutto i bambini della comunità, sanno benissimo che vuol dire: chi aspetta una famiglia affidataria, chi una visita, chi una telefonata che tarda ad arrivare, chi il rientro a casa.
Ora l’attesa è più lunga e più grande perché appartiene al mondo.
Ma i bambini tengono duro, per la prossima uscita al parco sapranno aspettare. E noi con loro.

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