First Comes Love – Perché non dovrebbero dirsi famiglie?

First Comes Love è un bel progetto ed un libro, realizzato dalla fotografa americana B. Proud che raccoglie ritratti e storie di coppie omosessuali, tutte con alle spalle lunghe e lunghissime storie d’amore.

Secondo i più comuni stereotipi sulla vita sentimentale e sessuale dei gay, tutti gli omosessuali sono promiscui e vivono solo relazioni instabili e disimpegnate.

Premesso che ognuno di noi è libero di vivere come vuole la propria vita affettiva, sentimentale e sessuale, è assolutamente evidente che non tutti gli omosessuali (come non tutti gli eterosessuali) amano cambiare partner ogni sera o vivere solo di avventure.

Ci sono tantissime persone omosessuali che cercano una relazione stabile con un partner fisso con cui costruire una famiglia, che vivono relazioni durature, stabili o che vivono perfino tutta una vita insieme al loro partner proprio come (guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto)… chiunque altro!

Coppie che vivono un amore eterno come quello di Richard che è andato oltre la morte di Tony, un amore che, dopo 40 anni insieme, continua a vivere nel ricordo.

Longevo come l’amore tra Del e Harriet che si sono incontrate su un campo di hockey nel 1969, in un’epoca in cui essere apertamente gay non era sicuramente facile, ma che da allora, ostinatamente contro tutto e tutti, non si sono più lasciate.

O come Bob e Rich che stanno insieme da 59 anni e hanno dovuto vivere la loro relazione in clandestinità nei primi anni per evitare le aggressioni di chi non avrebbe accettato né compreso la loro famiglia.

Sabato a Roma è stata convocata una manifestazione nazionale,″Difendiamo i nostri figli″, che, come recita il comunicato stampa, vuole “proteggere l’innocenza dei nostri bambini e festeggiare tutti insieme la bellezza della famiglia (…) vogliamo difendere i nostri figli dalla propaganda delle teorie gender che sta avanzando surrettiziamente e in maniera sempre più preoccupante nelle scuole”.

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ieri ha scritto a riguardo che si tratta di “una buona battaglia condotta in nome della ragione, dalla parte della famiglia costituzionalmente definita: società naturale (come recita l’articolo 29 della Carta fondamentale della Repubblica italiana) fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Una buona battaglia, rispettosa di tutti – ma proprio di tutti – perché rispettosa della bellezza, della fragilità, della forza e della verità della condizione umana. (…) Per tener caro l’essenziale della nostra vita di uomini e di donne e per poter guardare avanti senza confondere lo sguardo”.

Chiederei a Tarquinio e a tutti quelli che sabato stanno pensando di manifestare in piazza di scorrere queste foto e domandarsi se in queste storie non è forse racchiuso “l’essenziale della condizione umana”.

La verità della condizione umana risiede più in un articolo (datato) della costituzione o in questi volti?

In quale modo queste famiglie non sono ugualmente rispettose della bellezza, della fragilità e della verità della condizione umana?

Perché non dovrebbero dirsi famiglie?

Non si tratta, come erroneamente si sostiene a proposito della fantomatica “ideologia gender” che verrebbe propagandata a scuola, di voler insegnare ai bambini ad ignorare il dato biologico relativo al femminile e al maschile, maschi e femmine sono diversi per genere e questo non lo può negare nessuno, si tratta però di contrastare qualsiasi forma di discriminazione, di pregiudizio che schiaccia e stereotipizza  l’idea di maschile e di femminile, negando la libertà di ciascuno di amare chi vuole.

In Italia per esempio ci sono già oggi circa centomila famiglie gay e molte di loro hanno figli. Il fatto che le famiglie gay non abbiano gli stessi diritti di quelle formate da eterosessuali non significa che esse non esistano e non significa che la scuola debba esimersi dal dovere di educare al rispetto di tutti e di tutte.

Ama e fa’ ciò che vuoi diceva Sant’Agostino.

A questo mi piacerebbe fosse educata mia figlia. A questo e a riconoscere il proprio diritto di essere trattata con rispetto e alla sua responsabilità di valorizzare e rispettare gli altri.

I nostri figli vanno difesi da ogni forma di discriminazione e di violenza (potenziale o agita, fisica o psicologica) e se vogliamo manifestare facciamolo per una società più giusta e più equa, in cui i bambini siano liberi di crescere e di diventare persone libere, con uguali diritti.

Senza confondere lo sguardo.

 

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