Idroscalo di Ostia… cinque anni dopo.

Qualcuno lo chiama il cancro di Ostia. Ma l’idroscalo, quell’ultima striscia di terra tra il mare e il Tevere, è tutt’altro. Basta guardare negli occhi Franca Vannini, mamma e nonna di quattro bambini nati e cresciuti all’idroscalo. Franca è la portavoce della Comunità Foce del Tevere. Basta parlare di questi luoghi per vedere i suoi occhi brillare.

Tutto nasce il 23 febbraio del 2010, cinque anni fa. All’alba più di mille forze dell’ordine sono entrate all’idroscalo con una ordinanza firmata dall’allora sindaco Gianni Alemanno. L’obiettivo era radere al suolo tutto l’idroscalo, ma poi sono state distrutte “solo” 38 case (di cui 35 abitate). L’ordinanza dell’abbattimento sarebbe stata notificata ai non più residenti la mattina stessa, quando stavano cercando di radunare le loro cose per andare a vivere temporaneamente nei residence. Il motivo dello sgombero? Per il Comune si è trattato di una “messa in sicurezza” dei cittadini stessi, che lì non potevano più vivere. Alemanno con quell’ordinanza prevedeva infatti non solo lo sgombero dei manufatti, ma anche la difesa del territorio dell’idroscalo, con la posa negli argini del Tevere, di palancole in acciaio. Questo era il progetto di un’opera che però non è stata mai realizzata.

La Comunità Foce del Tevere da allora lotta contro l’ampliamento del porto e contro la demolizione delle case che lì rimangono. La Comunità lotta perché gli abitanti non siano dimenticati, per dar voce ai loro bisogni e ai loro diritti. Lotta per riconquistare quella dignità che gli è stata rubata.

Dodici contro mille

“L’Idroscalo era invaso e noi eravamo dodici donne davanti a 1.200 forze dell’ordine. Se non è successo nulla è stato solo grazie alla polizia municipale. Bastava che mio nipote tirasse quel sassolino e loro ci avrebbero caricato”, racconta Franca Vannini. Le sue frasi sono interrotte da parentesi di lacrime. “Ancora oggi, a distanza di cinque anni i nostri figli si ricordano quella giornata con paura, con tante guardie, le ruspe, i pianti dei loro amici e i pullman che portano via le famiglie”, dice Francesca Bianchi, mamma di quattro bambini.

Paura mai sopita

Sono più di cinquecento le famiglie che oggi vivono all’idroscalo. Dal quel giorno non hanno mai smesso di aver paura. Il loro incubo più grande è di restare, all’improvviso, senza un tetto. Di vedere a pezzi la propria casa e poi, chissà dopo quanto tempo, vederci fiorire al suo posto un cinema o un hotel per turisti, come previsto dal Waterfront, il progetto legato al lungomare di Roma. Qualcuno lo chiama riqualificazione. Per qualcun altro si tratta di edificazione.

Un appello continuo

Da quel 23 febbraio i cittadini della Comunità Foce del Tevere chiedono di poter essere aiutati e non semplicemente spostati. D’altronde questo – dicono – è un po’ come mettere la polvere sotto un tappeto e non sostenere una comunità con i suoi sogni e le sue  aspirazioni.

Una comunità solidale

Sono tante le iniziative di cui si fanno portavoce, dalla raccolta alimentare organizzata ogni mese, alla raccolta di vestiti e giochi per chi è più in difficoltà. Ogni occasione è buona per ritrovarsi. Dalle feste di Natale, alla Befana, a Carnevale. L’atmosfera però è cambiata dopo quell’ordinanza illegittima che ha spazzato via, come fossero oggetti, trentacinque delle loro famiglie e ha portato all’idroscalo solo tante domande e tanta paura.

Via la piazza e i giochi

Quell’ordinanza ha anche distrutto la piccola piazza Piroscafi, quella che si trovava giusto davanti casa di Franca e Francesca. Oggi infatti, insieme a tutti gli altri membri della Comunità, lottano anche per aver di nuovo una piazza e un piccolo parco per poter far giocare i loro bambini. “Per l’acqua piovana Piazza dell’Idroscalo è spesso allagata – spiega Franca – Qui i tombini sarebbero dovuti essere costruiti insieme al primo ampliamento del porto, ma ciò non è mai avvenuto. Alcune delle strade dell’idroscalo – prosegue – sono segnate al catasto e avrebbero bisogno di manutenzione come tutte le strade. Ma nessuno si ricorda di arrivare fin qui e nessuno risponde ai nostri continui solleciti”.

Storie di donne. Storie di futuro.

Quelle dell’idroscalo sono donne unite, semplici e vere, che fanno di tutto per ottenere una maggior considerazione dalle Istituzioni. Nei loro occhi si legge una forza disarmante e pura. Lo si vede mentre parlano e guardano i loro figli giocare nei pochi spazi che oggi hanno a disposizione. Le donne sanno di lottare tutte indistintamente per la stessa ragione: i bambini dell’idroscalo. E’ a loro che vogliono garantire una maggiore dignità per il futuro.

Due pesi e due misure. Perché?

La riqualificazione di aree demaniali e abusive c’è stata in tante altre zone romane, dall’infernetto alle terrazze del Presidente e in tutti quei luoghi in cui era conveniente poter all’improvviso urbanizzare un terreno e ottenerne una riqualificazione. Cosa è successo e cosa continua a succedere invece all’idroscalo? Quali sono i reali interessi dietro questa zona?

L’alternativa?

A Roma non esistono più case popolari e non esiste più la possibilità di costruirne. Roma è stata colpita da numerosi scandali. Il Comune non riesce oggi più pagare le spese dei residence, troppo ambigue e troppo care. Da settembre 2014 si è deciso di chiuderli e di mandare in affitto con un “bonus casa” tutte le persone in emergenza abitativa. In questa Roma, dove si pensa di collocare le persone dell’idroscalo? Se i residence, le casi popolari e i soldi per una sistemazione non ci sono, perché non permettere a queste persone di riscattarsi e di ottenere una riqualificazione? Perché non smettere quindi di farsi la guerra? Una guerra, dove gli sconfitti sono quelle persone, quelle storie, quelle emozioni.

 

Alessandra Caciolli

 

Commenti

  • Posted: 23 Febbraio 2015 17:29

    franca vannini

    Bravissima Alessandra hai descritto tutto cio' che l'Idroscalo è :Una Comunita' con tanta dignita' grazie
  • Donatella Sparapano

    Posted: 25 Febbraio 2015 09:43

    Donatella Sparapano

    Grazie per aver aver condiviso questo racconto su ComunicareilSociale.it, come redazione ci auguriamo di ospitarvi ancora

19 − 3 =