Progetto Case Matte. Un viaggio teatrale attraverso otto ex manicomi italiani

Dopo due anni di repliche in scuole, caserme o carceri, lo spettacolo Mombello. Voci da dentro il manicomio – nato dalle storie di malati, medici, infermieri, assistenti sociali, che vissero e lavorarono all’interno dell’ “Antonini”, l’ex ospedale psichiatrico di Mombello vicino Milano – è stato il passo attorno a cui si è costruito Case Matte. Il cammino nei vecchi manicomi – oggi chiusi e in molti casi minacciati dalla speculazione edilizia – ha toccato, tra settembre e ottobre, le città di Limbiate, Genova, Reggio Emilia, L’Aquila, Aversa, Roma, Volterra e Firenze. Privo di finanziamenti pubblici, il progetto si è retto con il sostegno di associazioni, gruppi e comuni cittadini attraverso un crowdfunding online, insieme al contributo della Fondazione Cariplo, e ha vinto il Premio Rete Critica 2015, sezione organizzazione/progettualità. “Uno stimolo a continuare sulla strada intrapresa – commenta Paola Manfredi, regista e direttrice artistica di Teatro Periferico – per noi e per tutti coloro che lottano quotidianamente per salvare la memoria dei luoghi e dei malati”.

Insieme a Mombello, compagni di viaggio sono stati i Chille de la Balanza (compagnia che risiede nell’ ex ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze, con cui è stato ideato l’intero tour teatrale). E poi con tante persone, associazioni ed enti che, in modi diversi, operano per salvare dall’ oblio i reclusi nei manicomi italiani, dando voce a tutti quelli che subirono veri e propri crimini di pace.

“Abbiamo preparato con l’aiuto di una formatrice, Beatrice Carmellini, un gruppo di cittadini volontari che hanno intervistato testimoni diretti del periodo in cui il manicomio di Mombello era attivo: infermieri, assistenti sociali, medici, pazienti” spiega Manfredi. “La metodologia utilizzata è quella della scrittura biografica concepita da Duccio Demetrio, che nel nostro caso non prevedeva la produzione di un libro-raccolta di storie personali, bensì proprio la costruzione di uno spettacolo teatrale”.

“Da tutte le interviste raccolte ho preso ogni azione, ogni parola detta e riferita dagli intervistati” prosegue Manfredi. “Insisto, non ho voluto selezionare le parole e le azioni più ‘belle’ o più ‘efficaci’ o più ‘poetiche’, ma le ho tenute tutte, indistintamente, per dare un quadro il più possibile completo della cruda realtà manicomiale. In Mombello niente è inventato, niente è frutto di fantasia. Persino i suoni, i rumori e i silenzi, sono entrati nel lavoro, sia nella banda sonora curata da Luca De Marinis (non ci sono musiche nello spettacolo), sia in quello che accade in scena”.

“Non può esserci un intento a priori, un’operazione a monte: voglio denunciare questa condizione, voglio scioccare il pubblico…” precisa la regista. “C’è prima di tutto la materia, cioè le testimonianze, le storie personali, i vissuti dei ‘ciascuni’; e sono tutti diversi, tutti con le loro contraddizioni, con la loro mescolanza di sofferenza, gioia, voglia di vivere, disperazione, desiderio di rivincita, orgoglio per la propria professione… Ho capito che quando non hai un prodotto preconfezionato, anche il pubblico, quello vero, quello non irreggimentato, quando lo incontri è un’incognita, una sorpresa. Personalmente, non mi sarei mai aspettata la presenza di così tanti giovani, universitari per lo più, con la loro fame di emozioni, che ti vengono a dire: abbiamo voglia di commuoverci per le vite degli altri, non solo per le nostre”.

“La testimone più importante – conclude Paola Manfredi – è stata Emilia Gandini, che purtroppo ci ha lasciato ormai quasi due anni fa. Quando l’ho conosciuta e intervistata viveva in una comunità in Piemonte: era lucida, pur avendo vissuto tutta la vita a partire dall’età di tre anni a Mombello. Emilia non era matta, ma figlia di una madre povera in tempo di guerra e dunque come tanti era finita in manicomio per necessità. Dentro, ha subito molte delle cose che si vedono nello spettacolo, vere e proprie torture. La sua richiesta, fattami dopo avermi raccontato la sua storia, è stata: “Dìghel a tücc”, raccontalo a tutti. Questo ho cercato di fare”.

per una lettura completa dell’articolo di Matteo Brighenti tratto da Doppiozero:

http://www.doppiozero.com/materiali/clic/case-matte-teatro-negli-ex-manicomi

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