InCo-Molfetta

Tempo

“Ciao, maestra”, fra i tavoli della pizzeria vicino a scuola.

In Lettonia si usa anche ciao (scritto čau) per salutarsi. È comico, crea l’illusione di essere fra italiani.

Due miei piccoli alunni stavano pranzando insieme.

Lui comprò dei tranci di pizza e le lattine di coca-cola.

Prese un paio di tovaglioli, le cannucce, li portò al tavolo dove era seduta lei.

Si presero per mano e mangiarono così tutto il tempo. Così scomodi, intendo.

Con una sola mano libera.

Avevano dieci anni e scoprii allora che stavano insieme.

Con la mente registrai l’immagine di loro due seduti e il suono lieve delle risate.

Vidi la proiezione futura di loro più grandi, seduti ancora a quel tavolo, in un locale cambiato.

E la proiezione di me, tre tavoli in fondo, che scrivo a proposito:

“Non mi hanno riconosciuta, ma sono rimasti insieme”.

Naturalmente, è una storia che mi piacerebbe creare prima o poi.

Ha il profumo dei miei nonni e di tempi andati.

Non importa se è il frutto di un’idealizzazione piuttosto scontata, superata del sentimento.

L’amore in Lettonia è ancora un cliché, che ci crediate o meno.

Fiori, cioccolatini, uomini che aprono la portiera delle auto, fidanzati sin dal kindergarten.

Come tutti i cliché, si carica di finzione e i gesti possono essere automatici, prodotto semplicemente del retaggio culturale.

Spesso si hanno relazioni nascoste, amanti segreti, matrimoni e divorzi prematuri, figli soli e dimenticati. Niente, insomma, di diverso dal resto del mondo.

Tranne la bellezza di casi minori che ho potuto vedere.

Tranne Rainis e Aspazija. E i miei alunni.

 

Un giorno, i miei alunni hanno voluto sapere.

Mi hanno chiesto esplicitamente se fossi fidanzata.

Per capire l’importanza di quel giorno e di questa domanda, occorrerà tornare indietro, alle prime lezioni che ho tenuto nella scuola Lielupe, quando temevo che nessuno avrebbe mai interagito con me.

“Come state oggi?” Silenzio.

“Vi è piaciuta la lettura?” Silenzio.

“C’è qualcosa che v’interessa maggiormente dell’Italia?” Ancora una volta silenzio.

I bambini, soprattutto i ragazzi, sono così in area russa.

Non sono in generale abituati al dialogo, né in famiglia, né a scuola.

Stanno lì a fissarti e non rispondono.

Chissà che pensano.

E non so dirvi quando cambiano le cose, quando sono cambiate per me.

Ricordo che parlavamo di musica, che ho continuato a fare domande e a sorridere.

Con il tempo qualcuno ha risposto, poi qualcun altro e poi le voci si sono accavallate.

Tutto è diventato diverso.

Se devo dire cosa cambia le cose, il tempo, dico solo il tempo.

“Tu hai un fidanzato? In Lettonia, in Italia, nel mondo? Ti piacciono i ragazzi lettoni?”

Abbiamo creato un cerchio alla fine della lezione e affrontato la tematica.

Con me c’erano anche degli amici, un’italiana, un austriaco e Aladino.

I bambini hanno parlato tanto, si sono divertiti. Ero sbalordita.

Mi hanno svelato le reciproche simpatie, intricati alberi genealogici, hanno riso un sacco.

Poi Anna mi ha detto:

“Se vuoi un ragazzo lettone, devi sapere che sono molto alti”

Ringraziandola dell’appunto, le ho augurato simpaticamente la bocciatura, non potendo immaginare che un ragazzo molto alto si sarebbe materializzato da lì a poco e che Anna fosse una piccola strega.

 

Checché se ne dica, le storie d’amore di chiunque interessano tutti allo stesso modo, nel mondo.

Forse non sono quelle che preferiamo, ma rompono tutte le barriere e non conosciamo veramente qualcuno se prima non abbiamo sentito dirgli parole da innamorato.

Dunque, una sera il mondo era intorno al tavolo e si doveva parlare.

Pena: bottiglie di alcolici e castighi imbarazzanti.

Le domande spaziavano dall’età in cui si è avuto il primo rapporto sessuale alle volte in cui si è tradito o si è stati traditi, in che modo, con chi, se molti anni addietro.

Per quanto indelicato, ammetto che sia stato avvincente conoscere a tal punto le opinioni del mondo.

A me, fra l’altro, toccò una domanda non molto difficile.

Mi fu chiesto di quale nazionalità avrei voluto che fosse il mio ragazzo.

Faccio presente che Aladino ed io c’eravamo già lasciati e quella, in teoria, era la fase in cui restavamo soltanto amici.

“Beh, mi piacerebbe uscire con un russo”

“In bocca al lupo!” scoppiò a ridere “Rimarrai delusa. Sono brutti, e rudi. Vengono al mare dalle mie parti e rubano qualsiasi cosa. Ho lavorato in un hotel, ne ho conosciuti a fiumi. Ladri, pieni di soldi”

“Bene. Illuminante descrizione, caro Aladino, mi dispiace che hai incontrato questo genere di russi. Quelli che ho incontrato io sono un po’ diversi”

“Ah sì? Dov’è che li hai incontrati?”

Siccome la conversazione stava monopolizzando il gioco, Aladino ed io siamo andati nell’altra stanza e abbiamo finito per litigare.

“Non sto dicendo che voglio per forza un russo! Sto solo dicendo che m’interessa la loro cultura! La trovo bella”

Aladino fumava e si muoveva continuamente avanti e dietro.

“Non sei furba per niente, non sono d’accordo”

“Ah! La prossima volta che devo frequentare qualcuno anziché chiamare mio padre chiamo te per avere l’approvazione!”

“Non faresti male perché non sei furba per niente! Se non ti avvisassi tutte le volte, ti fregherebbero un sacco di soldi!”

Questo non c’entrava nulla, ma era verissimo.

Nel paradosso di quella litigata, ci vedevo comunque della poesia.

Allora dissi: “Trovo bella la loro cultura. Non ho detto che i russi sono più belli di te”

“Ovvio che non sono più belli di me! L’hai detto! Al massimo le russe, loro sono belle”

Non c’era da controbattere. Non risposi.

Ma nel paradosso di quella pausa, lui ci vide della poesia.

“Tanto le russe non sorridono e non hanno gli occhi come i tuoi”.

“Ah! L’hai detto l’hai detto l’hai detto!”.

Era un grido.

La fine. 

Il ricordo più buffo di me e Aladino, quando restavamo soltanto amici.

 

Se vi piacciono le feste, andate a Riga nei weekend.

Riga è la capitale del divertimento.

Ci sono party di tutti i tipi con entrata spesso gratuita in locali centralissimi.

Quelli che si chiedono cosa facciano i poveri lettoni durante il lungo rigido inverno, non hanno idea del Rock Café e delle notti brave passate fra i vicoli della Old Town.

Una notte appunto, nella Old Town, eravamo in gruppo.

Quando andavamo a ballare, ci stava sempre un gruppo e una certa organizzazione femminile, affinché nessuna ragazza restasse sola con l’ubriacone di turno.

A Riga si beve fino a dormire per terra.

Quella notte, però, rimasi sola con un ragazzo biondo, altissimo, destinato a passare alla storia. Una storia con cui gli amici mi avrebbero presa in giro sino alla fine dei miei giorni in Lettonia, e anche oltre.

Quando la ragazza portoghese e il bohémien francese sono venuti a trovarmi in Puglia, hanno ricordato ancora una volta la vicenda del very tall guy.

Il punto è che quel ragazzo era veramente altissimo e non capivo perché ci tenesse a ballare con me.

M’invitò a ballare e tutto quanto, in un modo talmente dolce che non riuscii a rifiutarlo. A trovare una buona scusa, intendo, perché lui insisteva e continuava ad insistere in un modo talmente garbato che cominciai a ridere.

Faccio presente che Aladino ed io c’eravamo lasciati e non me la passavo proprio bene. Accettai l’invito.

Il ragazzo altissimo ballava rock and roll acrobatico. Non beveva.

Trascorsi per aria e sulle sue spalle tre quarti del tempo.

“Hai ancora un po’ di tempo?”

“Sono con degli amici”

I miei amici osservavano la scena. Facevano gesti da lontano.

“Andiamo fuori per un po’?”

Sinceramente tutti avevano preso a infastidirmi, tranne il ragazzo biondo e altissimo.

Accettai l’invito.

Ruppi quella notte una serie di schemi.

Generalmente si dice dei lettoni che siano uomini rudi, come i russi. Freddi ubriaconi senza rispetto, né gentilezza.

Quando io penso agli uomini lettoni, mi viene in mente quel ragazzo altissimo inginocchiato fuori dal locale di Riga, che mi chiedeva più tempo e la possibilità di conoscermi, vomitando parole romantiche al posto di vodka e birra.

Io, imbarazzatissima, lo pregavo di rialzarsi, anche se ciò significava parlargli con il collo all’indietro.

La mia amica si avvicinò e chiese: “Tutto a posto? Devo intervenire?”

“Tutto a posto, vattene!”

Lui le urlò: “Se vuoi saperlo, amo la tua amica. Non voglio farle del male!”

Una scena che neanche le commedie d’America.

Poi un discorso che, se non avessi avuto il cuore spezzato, avrebbe meritato un fantastico sì e un bacio lì davanti a tutti.

Ai cliché, alla Lettonia, ad Harry ti presento Sally, a me in braccio a quel ragazzo altissimo.

Invece finì che io e quel ragazzo altissimo ci stendemmo a guardare le stelle e non ci vedemmo più.

In Lettonia il cielo è più scuro, sembra che brillino meglio.

Sono tutti frammenti dei nostri cuori spezzati.

Aladino fumava sempre, di fronte a noi, andava avanti e dietro.

 

Non ho mai scritto molto sull’amore.

Credevo di non poterlo fare.

 

Tutto è diventato diverso.

 

Se devo dire cosa cambia le cose, il tempo, dico davvero il tempo.

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