What’s on your mind?

Il cortometraggio ‘What’s on your mind?’ (‘Cosa hai in mente?’), scritto e diretto da Shaun Higton, esplora la tendenza degli utenti dei social network a mostrare la propria vita più bella ed entusiasmante di quanto sia nella realtà.

Il protagonista di “What’s on your mind?”, Scott Thomson, pubblica foto e status su Facebook simulando emozioni fittizie e cercando di far apparire la propria esistenza decisamente più appagante di quanto sia in realtà.

Secondo uno studio della Brunel University (Regno Unito),  recentemente pubblicato sulla rivista Personality and individual differences, gli status che vengono aggiornati più o meno frequentemente possono dire molto sulla personalità di chi scrive.

Il team di ricerca ha identificato alcune categorie di personalità: il narcisista sempre a caccia di “like”, il curioso e creativo che pubblica per condividere notizie curiose, il coscienzioso che pubblica status con poca frequenza timoroso di infastidire, l’insicuro, con bassa autostima o il nevrotico che si sente socialmente inserito se i suoi messaggi sono graditi dagli altri, emarginato se non riceve un certo numero di like… tutta una serie di categorizzazioni che inevitabilmente semplificano, ma cercano in qualche modo di raccontare la complessità del comportamento umano in relazione ai social network.

Recentemente altri due studi pubblicati sulla rivista statunitense Journal of Social and Clinical Psychology hanno esplorato la relazione tra infelicità e “comparazione sociale” su Facebook. Secondo la dottoressa Mai-Ly Steer, una ricercatrice dell’Università di Houston, Stati Uniti, che ha condotto questi due studi sul tema chi ha già delle difficoltà emotive può essere particolarmente a rischio di sviluppare un forte senso di inadeguatezza proprio trascorrendo troppo tempo su Facebook e visualizzando status e foto altrui che esibiscono successi lavorativi o sentimentali (pur se simulati, o quantomeno enfatizzati, come spesso accade sui social network).

Scrive Pamela Franchi, psicologa di Humanitas Mater Domini su un articolo dedicato al tema sulla rivista Humanitas Salute:

«Su Facebook ognuno ha la possibilità di amplificare gli aspetti narcisistici della propria personalità. Se, da un lato, tali aspetti sostengono la costituzione di un “Io positivo”, dall’altro – aggiunge – qualora eccessivamente sostenuti, possono nutrire un falso “sé” con possibile senso di inadeguatezza. Ma oltre al mostrarsi c’è l’aspetto dell’osservare l’esibizione altrui. La vita degli ‘amici’, così come viene postata, viene recepita come perfetta e fatta di successi. Il piacere che si prova è caratterizzato da un eccesso di godimento, tanto che, una volta offline, quello che può rimanere è quasi sempre il vuoto e un assoluto senso di annichilimento.

La conseguenza di un’eccessiva ‘presenza’ nello scenario virtuale potrebbe comportare l’insorgenza di una vera e propria dipendenza e, alla lunga, di sintomi depressivi correlati, secondo questo studio, al tempo trascorso sui social network e all’impossibilità di non istituire paragoni tra la nostra vita e quella esibita da ‘amici’ con cui, nella realtà quotidiana, non avremmo conoscenza e relazione».

Come evitare tutto questo? «Prima di tutto, ricordare che la realtà virtuale, seppur assolutamente realistica, rimane di fatto soltanto un teatro. Come noi stessi abbiamo la possibilità di mostrarci nella nostra ‘versione’ migliore, così faranno gli altri. Se ci rendiamo conto di essere fagocitati da questo mondo, chiediamoci a quale bisogno stiamo rispondendo: vicinanza, identificazione, distrazione? Facebook può essere la piattaforma che permette di ri-trovarsi: dare voce a parti di sé non coltivate, superare vincoli che limitano la socialità reale, come la distanza o la timidezza», conclude la dottoressa.

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