Cecilia Mangini, lo spirito continua

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Cecilia Mangini, lo spirito continua

| 21 Gennaio 2022 | Pubblicato in Blog

Un anno fa, Cecilia Mangini ci ha lasciato, e anche se ci siamo sentiti spesso un po’ più soli in questo anno così particolare, la sua capacità di leggere e interpretare la realtà, il suo spirito combattivo, la voglia di prendere posizione sempre, non sono mai mancati. Risuonano la sua voce, ritroviamo il suo sguardo attento, e sappiamo che anche se il tempo passa, lo spirito continua!

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Cecilia Mangini, documentarista,  raccontata da Gianluca Sciannameo

(I testi qui di seguito sono estratti dal volume La lezione dei maestri. Conversazioni sul lavoro sociale ed educativo, a cura di Armida Salvati e Piero D’Argento, Edizioni Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, Bari, 2021 Il volume è disponibile in download qui)

Il mio incontro con Cecilia Mangini, destinato a diventare uno degli incontri fondamentali della mia vita non solo professionale, è avvenuto quasi per caso.

Da studente fuorisede a Bologna, iscritto al Dams, in un misto di nostalgia per il luogo in cui ero nato e vissuto fino a pochi anni prima e di curiosità verso le diverse manifestazioni del mondo popolare contadino del Sud Italia, ero alla continua ricerca di occasioni per approfondire tematiche legate all’antropologia.
Il primo approccio con quel mondo con il quale sentivo un legame innanzitutto sentimentale è stato mediato dalla figura di un grandissimo intellettuale meridionale, l’etnologo Ernesto de Martino. Il quale, oltre ad aver compiuto studi importantissimi sulla religiosità popolare e sulla cultura del Sud, aveva dato impulso all’antropologia visuale italiana. In particolare i suoi libri mi hanno permesso di scoprire un gruppo di giovani registi che, proprio sulla scorta degli studi di de Martino, avevano esordito nel documentario a partire dagli anni Cinquanta.
Tra di loro c’era una mia concittadina, la regista Cecilia Mangini, nata a Mola nel 1927, della quale non avevo mai sentito parlare, ma che si è rivelata una scoperta straordinaria. Il fatto che non avessi mai sentito parlare della Mangini in realtà non deve sorprendere più di tanto, perché in Italia il documentario si è sviluppato come un genere ai limiti dell’underground. Nei decenni sono mancate delle vere politiche di sostegno alla produzione e alla distribuzione e quelle che sono state messe in campo hanno finito per premiare produttori che a tutto pensavano fuorché alla qualità delle opere.

Eppure il cosiddetto cinema della realtà ha resistito, anzi il suo essere un prodotto marginale all’interno dell’industria cinematografica, ha permesso ai suoi autori di realizzare film con maggiore libertà e maggiore sperimentazione. L’incontro con Cecilia mi ha dato la possibilità di approfondire aspetti della storia del cinema italiano allora poco conosciuti ma anche perché ha finito per rappresentare, con il suo ruolo di intellettuale libera e indipendente, un esempio da seguire. Quando l’ho incontrata la prima volta, nel 2000, Cecilia Mangini purtroppo scontava una grande disattenzione rispetto al proprio lavoro, negli anni a seguire, invece – e sono felice di aver dato il mio contributo in questa direzione – il suo cinema ha avuto (e sta avendo ancora oggi) l’attenzione che merita con rassegne e premi in Italia e all’estero, ultimo premio recente il prestigioso premio alla carriera del Museo del Cinema di Torino. Al di là dei temi che la Mangini ha affrontato nei suoi film, quello che mi ha segnato maggiormente è il suo essere un’intellettuale combattiva che ha inteso il suo lavoro come la possibilità di contribuire concretamente allo sviluppo sociale e politico collettivo. Cecilia mi ha insegnato che ciascuna scelta è sempre una precisa scelta di campo, soprattutto quando si racconta la realtà.

Legata al Sud Italia, non solo per le proprie origini familiari, ma da un desiderio di scoperta, di salvaguardia, di racconto di un mondo in trasformazione, la Mangini ha lavorato in anni che, a partire da quelli del boom economico, per l’Italia, e in particolare per il Meridione, hanno rappresentato un momento di cambiamenti epocali. Insieme ad altri importanti registi come suo marito Lino del Fra, Luigi di Gianni, Giuseppe Ferrara, ha potuto essere davvero la testimone di un mondo che scompariva e dell’avvento di una società diversa.

I suoi film sono stati anche il tentativo di comprendere e svelare i meccanismi socio economici che stavano dietro quelle trasformazioni, con uno sguardo che è sempre stato politico. Se in questi anni, per fortuna, il suo lavoro è in piena riscoperta, credo proprio che questo stia avvenendo perché Cecilia ha fatto un cinema che chiede a chi guarda di non essere semplice spettatore, ma di ricoprire un ruolo attivo nel leggere e interpretare la realtà.

Il cinema di Cecilia Mangini è il racconto di una vita spesa al cinema e per il cinema. Aver avuto l’occasione di incontrarla, guardare i suoi film, ascoltarne il racconto, permette di condividere con lei i risultati di una  vita dedicata, con ostinata passione, al racconto di un Paese che a partire dagli anni Cinquanta sembrava dimenticare con troppa leggerezza i drammi del suo passato recente e che troppo frettolosamente si lanciava in un progresso senza sviluppo. Sono gli anni in cui il Sud della Penisola tentava di affrancarsi da rapporti di secolare subordinazione e il Nord industrializzato accoglieva migliaia di diseredati e si adeguava ai modelli di sviluppo europei. Anni in cui il boom economico creava in Italia una frattura fra due mondi: quello arcaico, contadino, popolare, erede suo malgrado di un mondo destinato a scomparire rapidamente e quello dell’industrializzazione forzata, dell’urbanizzazione forzata, delle nuove desolate periferie cittadine. Da un lato i perdenti, gli emigranti, i giovani delle borgate, i ragazzi di vita, i Tommaso e le operaie e le contadine di Essere donne. Dall’altro i nuovi ricchi, i benpensanti, i capitani d’industria e le scintillanti lusinghe della nuova società dei consumi di Felice Natale. Due mondi destinati a incontrarsi/scontrarsi anche, e spesso solo, sullo schermo. Cecilia Mangini che, come tutti quelli della sua generazione, era cresciuta con il racconto unico della realtà fatto dal Fascismo e che condivide un vero e proprio svelamento del reale alla fine della guerra e con la Liberazione, sceglie fin dal suo esordio da quale parte stare.

Ma perché non c’eravamo incontrati prima? Le travagliate vicende del documentario italiano Il racconto del cinema di Cecilia, condiviso sempre con suo marito Lino Del Fra, compagno di vita e di lavoro, si fa perciò narrazione di una battaglia politica e culturale affrontata con coraggio in anni che, soprattutto al cinema, furono tra i più vitali della storia italiana. Cecilia vive il suo lavoro come una sfida aperta e costante, lanciata alla  propria società e alla propria epoca, nella convinzione che il cinema dovesse diventare il campo della propria lotta al conformismo delle idee e alla rassegnazione della politica. Tutta l’opera di Cecilia Mangini si colloca in un periodo particolarmente fecondo per il cinema documentario italiano, anche in stretta relazione con altri cineasti italiani a lei contemporanei tra i quali vanno ricordati il grande Vittorio De Seta, Luigi Di Gianni, Giuseppe Ferrara e Gianfranco Mingozzi.
Pur non formando una “scuola” del documentario, nella singolarità di approcci e poetiche, questa generazione di registi testardi, consentì di salvare il genere documentario in Italia dalla mediocrità e dalla sciatteria a cui lo costringevano logiche di profitto e di potere politico. Ciascuno a modo suo, testimone di un mondo che cambiava velocemente, e per sempre, sotto i colpi del progresso. Ed è il cinema a salvare Cecilia e la sua generazione nata con il fascismo e dal regime indottrinata fin dall’infanzia: « È stato il Neorealismo a salvarci con la sua capacità di mostrare ciò che del fascismo non funzionava, di raccontare quello che avevamo passato senza sensi di colpa ma con la necessità di capire». Nel secondo dopoguerra il cinema ri-scopre la realtà, e non sarà una riscoperta indolore. Vero e proprio erede del Neorealismo, il documentario italiano continuò infatti a raccontare l’Italia così come avevano iniziato Zavattini, De Sica, Rossellini e gli altri, anche e soprattutto nei suoi aspetti più duri. Il cinema dimostrava così ancora una volta di essere uno strumento efficace di scoperta di quei lati nascosti della società e al tempo stesso occasione per una denuncia di quella condizione di marginalità in cui ancora ampi strati della popolazione vivevano. Se infatti nel giro di pochi anni la spinta per certi versi “sovversiva” del cinema neorealista si esaurì annacquando temi e storie nel cosiddetto Neorealismo rosa, il documentario continuò per alcuni anni, proprio perché considerato un genere marginale rispetto all’industria cinematografica, a rappresentare sullo schermo le contraddizioni e i retroscena del boom economico. Politiche pubbliche come il meccanismo di abbinamento al lungometraggio e i premi di qualità poi decretarono però la scomparsa dei documentari dagli schermi già a partire dai primi anni Settanta.

Cecilia stessa narra così la scomparsa del cinema documentario dalle sale italiane: “Tutte le leggi, dal dopoguerra in poi (esclusa l’ultima del 1998 che condanna il documentario alla non esistenza), hanno sancito che lo spettacolo cinematografico dovesse essere composto obbligatoriamente da un lungometraggio e da un cortometraggio. Il de profundis si celebra quando all’esordio degli anni Sessanta il documentario viene visto come il fumo negli occhi anche dall’esercente, che lo considera tempo rubato alla pubblicità, un furto vero e proprio di un bel mucchio di quattrini. E dunque, via il documentario, via i suoi dieci/dodici minuti, da riempire tutti con una decina di messaggi pubblicitari. Gli spettatori, che con qualche ragione hanno detto no allo pseudo documentario del tempo degli abbinamenti, subiscono senza reagire. Poiché è la stessa inerzia di oggi di fronte alla televisione e alla sua dose massiccia di un centinaio di spot al giorno, c’è da chiedersi: subivano sul serio, o cominciava la loro dipendenza dalle promesse consolatorie della persuasione occulta? Allora, comunque, ne abbiamo preso atto: nei cinema il documentario non veniva proiettato. Mai. A metà degli anni Sessanta ci fu un giro di vite. Lo stato reagì: poffare!, questo documentario s’ha da proiettare, è la legge che lo impone. Qualche verifica della Guardia di Finanza, qualche esercente condannato a pagare la penale. Evviva! L’esultanza però durò poco: chi poteva prevedere l’astuzia sopraffina degli esercenti che, forbici alla mano, riducevano il documentario a un blitz, titoli di testa, due/tre inquadrature e titolo fine? Non è stato facile mettersi l’anima in pace. Costretti a fare di necessità virtù, giravamo i nostri documentari per l’ipotetico pubblico che ognuno di noi sognava di trovare. Rare volte ci capitava di incontrarlo, questo pubblico, ai festival, ai convegni, ed era un incontro su cui campare di rendita. In Germania, nel corso di un’intervista ho dichiarato che l’attività dei documentaristi italiani era sommersa e clandestina come quella dei pusher. Mi hanno guardato come una vaniloquente. Perché in Germania, in Francia, in Inghilterra il documentario ha un pubblico fedele e appassionato”. 

[…] La regista non si limita ad un cinema della memoria, nel senso che non condivide il desiderio di cristallizzare le tracce del passato per consegnarle alle future generazioni. Quello della Mangini è invece un cinema del presente, totalmente immerso nella contemporaneità delle storie che sceglie di raccontare. È un cinema dallo sguardo lungo che, radicato al suo presente, è in grado di offrire una visione in prospettiva, rivolgendosi ad un futuro ancora da costruire. Gli avvenimenti narrati non lo sono nella loro cristallizzazione storica, ma servono a comprendere l’oggi. Nei suoi documentari Cecilia Mangini racconta perciò sempre un Sud in movimento, con la consapevolezza di essere lei stessa testimone e narratrice di una società nel pieno di trasformazioni epocali. Un Sud anche come aggregatore di tensioni sociali, in gran parte ancora un territorio inesplorato che però, già con Carlo Levi, aveva iniziato a dimostrare la capacità anche di offrire un contributo culturale a quello sviluppo auspicato con le proprie risposte alle grandi questioni, con l’energia e la generosità di chi per troppo tempo si è considerato suddito. […]Un cinema fatto per il presente, che si fa narrazione di una battaglia politica e culturale affrontata con coraggio in anni che, soprattutto al cinema, furono tra i più vitali della storia italiana. Sia che si confronti con i ragazzi delle borgate romane, gli Ignoti alla città dei suoi esordi, sia con l’impatto dell’industrializzazione sul Meridione d’Italia o con il nascente boom economico, Cecilia vive il suo lavoro come una sfida costante, lanciata con convinzione alle certezze della propria società, il lavoro di documentarista è la sua possibilità concreta di lottare per una società
più giusta e inclusiva. Un riuscito intreccio fra volontà di indagare un Paese in trasformazione e necessità di partecipare, con impegno, ad un più generale e indispensabile processo di rinnovamento politicoculturale. […] La generazione di cui fanno parte Cecilia Mangini, Lino del Fra e gli altri, rivendica costantemente il proprio ruolo di registi che vanno sul campo non come testimoni neutrali, ma come autori, attraverso il montaggio o il commento sonoro o la scelta di inquadrature nuove. Presa di posizione, denuncia, coinvolgimento emotivo ed intellettuale dello spettatore: il documentario non si rivolge alla nostra sensibilità estetica, ma richiede a chi guarda lo sforzo di attivare la propria coscienza sociale. La propria sensibilità e i propri desideri.

Il documentario è il luogo in cui è possibile vivere cinematograficamente quell’affascinante contatto con l’altro da sé. Così il cinema che diventa tramite per la costruzione di una relazione, un incontro che si fa nella vita prima ancora che sullo schermo, mettendo in gioco e rischiando direttamente anche la propria identità, le proprie convinzioni.
Una relazione quindi che coinvolge direttamente l’autore del documentario, così come racconta un documentarista importantissimo come Erik Gandini: «la frammentazione delle informazioni, il bombardamento dei telegiornali ci allontana dalla realtà quanto più ci fornisce l’illusione di conoscerla. Google ti informa, ma certo non ti offre l’esperienza del mondo. Questa professione mi ha permesso la riconquista della realtà: se non facessi questo lavoro mi sembrerebbe di vivere la vita secondo le immagini di altri, esperienze surrogate. Fare i documentari è ancora più bello che guardarli.» Una relazione dunque che allo stesso tempo richiede allo spettatore un ruolo attivo, in un dialogo complesso che coinvolge il pubblico, anche a distanza di tempo. La questione del tempo e della relazione che il documentario stabilisce con esso è un nodo centrale in tutta l’opera della Mangini.

Lo sguardo di Cecilia Mangini è infatti, uno sguardo contemporaneo perché rivolto alla realtà nel suo farsi, così come lo è anche quando la regista si confronta con fenomeni culturali antichissimi nel caso di Stendalì (in cui viene ricostruita cinematograficamente una lamentazione funebre in Salento) oppure nel caso de L’Inceppata e de La Passione del grano, realizzati insieme al marito Lino del Fra, sui temi dell’etnologo Ernesto de Martino e sia quando analizza, a qualche anno dalla sua fine, il fascismo in All’armi siam fascisti. Il tempo del cinema della Mangini è un tempo vivo, mai cristallizzato nel racconto di una società immobile che stabilisce un costante coinvolgimento emotivo ed intellettuale con lo spettatore, chiamato sempre ad un intervento critico di interpretazione degli eventi raccontati da una posizione che, a sua volta, non è mai neutrale. Il film non si esaurisce nella descrizione dell’esistente o dell’esistito, ma esige una condivisione profonda, quasi sentimentale, non solo delle informazioni trasmesse, ma del clima culturale e politico in cui sono realizzate. Il documentario si rivolge perciò non solo alla nostra sensibilità estetica, ma vuole attivare, in chi guarda, la propria coscienza sociale, la propria sensibilità e i propri desideri di cambiamento.[…]

Anni fa avevo appuntato queste riflessioni in un testo di presentazione del documentario All’armi siam fascisti ripubblicato dopo cinquant’anni dalla sua prima proiezione pubblica. Così scrivevo: “I film di Cecilia Mangini non si limitano alla descrizione, esigono un costante coinvolgimento emotivo ed intellettuale allo spettatore, chiamato sempre ad un intervento critico di interpretazione degli eventi raccontati da una posizione che, a sua volta, non è mai neutrale. I contenuti non si impongono in maniera univoca, il film non si esaurisce nella descrizione dell’esistente ma richiede una condivisione profonda, quasi sentimentale, non solo delle informazioni trasmesse, ma del clima culturale e politico in cui sono realizzate.”


Avevo già visto il film a casa sua, da studente appassionato di documentario, ma era la prima volta che assistevo ad una proiezione di questo film con un pubblico. Quel pubblico che così spesso negli ultimi decenni era mancato e che invece da qualche tempo iniziava a riscoprire il lavoro di Cecilia. Quel giorno avevo perciò dalla mia parte alcuni anni di visioni e ragionamenti su cosa avessero rappresentato registi come la Mangini o Lino Del Fra per il genere documentario nel nostro Paese. Ma anche in quella occasione, come spessissimo poi mi è capitato di fare durante questi anni di studio del lavoro di Cecilia, non ho potuto evitare di farmi sorprendere dalla partecipazione emotiva alla proiezione di un “vecchio” documentario, realizzato quasi cinquant’anni prima, da parte di una platea composta in larga maggioranza da giovani. Sì è vero, in quell’occasione eravamo insieme ad un pubblico di quelli particolarmente motivati e per certi versi militante (alla fine della  proiezione più di un giovane militante ha salutato con il pugno chiuso), ma il senso di sorpresa per quell’atmosfera così carica di emozioni di fronte alle immagini sullo schermo mi ha colpito profondamente. Certo – pensavo – da un lato ci si rivolge al documentario come ad un “prezioso scrigno di memorie”, un bel contenitore di immagini del tempo passato così ricche di fascino, con il loro procedere incerto, fra la polvere e il fruscio della pellicola. Documenti a cui ci si avvicina, come rileva lo storico Bill Nichols, con una naturale epistefilia, un desiderio di conoscenza unito ad una certa fiducia nelle immagini, trasversali all’età di chi guarda.

Questi elementi, in un certo senso, potevano già giustificare l’interesse che notavo, eppure non bastavano a spiegare quella sensazione  palpabile di trasporto emotivo che si coglieva nell’uditorio. Ci doveva essere dell’altro, oltre ad un riuscito lavoro di montaggio di interessanti repertori filmici, oltre alla sorpresa di materiali inediti e forti, come le immagini dell’impiccagione dei ribelli libici, a Tripoli,  nel 1911.  La risposta è arrivata nel corso degli anni in cui ho accompagnato Cecilia Mangini nelle sue presentazioni, nei suoi incontri. La regista  ha sempre considerato il cinema, al di là delle diverse forme e i diversi temi che hanno negli anni caratterizzato le sue opere, una presa di posizione nei confronti del mondo. Ha ricercato un cinema connotato da un altissimo senso di responsabilità verso il proprio tempo, intriso di autentica passione civile e vissuto come possibilità concreta per favorire un risveglio delle coscienze e mobilitare gli spettatori. Nel complesso dei film della Mangini emerge dunque ancora oggi con forza quello che un certo tipo di approccio al documentario ha realmente rappresentato per l’Italia: la costruzione consapevole di un mondo che stava scomparendo nella sua relazione dialettica e conflittuale con un presente di trasformazione e con la determinazione di partecipare a quel movimento di cambiamento in atto.


E proprio per questa sua induzione al cambiamento, questo cinema è un cinema del presente anche quando si rivolge al passato. Ed è per questo che i documentari di Cecilia Mangini continuano a parlare di noi, a noi stessi oggi, così come parlavano al pubblico che affollava numeroso le proiezioni di cinquant’anni fa. Un cinema fatto per il presente, che si fa narrazione di una battaglia politica e culturale affrontata con coraggio in anni che, soprattutto al cinema, furono tra i più vitali della storia italiana. All’armi siam fascisti dunque!! E lo spettatore deve prendere posizione, risvegliare la propria coscienza sociale! La poltrona davanti alla schermo diventa scomoda, la scelta di campo diventa una necessità. Questo ho ritrovato negli sguardi commossi di quei giovani spettatori di Bologna: la voglia di non arrendersi all’ovvio, di sentirsi responsabili del proprio presente e lo stupore di trovare, sullo schermo, la possibilità concreta di narrare il cambiamento necessario.

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