InCo-Molfetta

Fine

L’italiano ha una parola semplice e meravigliosa, che via via si diffonde nelle altre lingue e in fondo va bene sempre, che è ciao.

Quando noi diciamo ciao, anche se esistono, le percepiamo e le riconosciamo, non ci sono differenze.

In lingua lettone, come in inglese, per il ciao di congedo si usa un’altra parola: atā.

È l’equivalente del russo pakà ed ha questo suono lieve e nostalgico.

Dire atā alla mia vita in Lettonia è stato difficile.

La verità è che ho vissuto anche dei momenti brutti, ci sono stati dei problemi, alcune cose mi sono mancate, la mozzarella, i miei vestiti, le persone care, tutto il mio passato.

Un tempo studiavo in uno strano posto a Torino che è la Scuola Holden, dove in cima alla scalinata principale, sulla parete bianca, sono incise le ultime parole di Holden Caufield, alter ego di J.D.Salinger, autore del libro:

“È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”

Ed è così.

A raccontarvi l’esperienza, ora che sono in Italia, le cose assumono contorni più leggeri, malinconici e dolci.

Se l’ultimo giorno di vita potessimo avere la lucidità e l’opportunità di raccontare le nostre memorie, sono abbastanza certa che proveremmo affettuosa nostalgia per tutto. Alla fine, soltanto questo.

Niente che ci faccia arrabbiare o che ci faccia star male, non veramente.

Forse le cose lontane, andate, si vedono meglio. Non lo so.

Una bambina del camp in Bielorussia stava salendo in macchina con i suoi genitori e mi disse pakà Manuela, pakà, agitando la mano.

Poi ad un certo punto si mise a correre verso di me e mi abbracciò fortissimo.

Mi urtò lo stomaco, proprio un colpo fisico, e da lì partirono una serie di scosse che crearono lacrime.

Piansi con i singhiozzi, più della bambina.

I genitori la chiamavano e lei non si staccava, continuava solo a dirmi pakà Manuela, pakà.

In quel preciso momento, capii di cosa abbiamo davvero bisogno nel mondo, un po’ come diceva Aladino.

Di bambini, di persone che rompono le barriere, che corrono incontro a qualcun altro e lo avvolgono, di persone che si lasciano avvolgere e cambiano, piangono, si abbracciano fino a stritolare le ossa, specialmente se devono lasciarsi.

Io voglio essere una di loro, probabilmente non lo sono mai stata, nemmeno da piccola.

Vi giuro però che con la mente, so bene che non è lo stesso, ho corso sempre all’improvviso come quella bambina.

Ho chiesto sempre disperatamente di non essere dimenticata.

Ho amato con grande intenzione, anche se chiusa nel mio silenzio e nella distanza.

Ho salutato tutti, ma non ho voluto più vedere nessuno e ho passato gli ultimi giorni in Lettonia suonando il violino.

Vi giuro che erano tutti lì, in quelle note. Tutto quanto era lì, nella musica, ma non ho voluto dare nessuna festa.

Ho detto atā alla Lettonia per conto mio e sono tornata in Italia per la prima volta, dopo dieci mesi.

Le mie alunne mi chiedevano cosa avrei fatto dopo in Italia.

Non ne avevo idea.

Per certi versi non ne ho ancora idea, ma continuano a succedere cose.

La prima cosa che è successa è stata fare spazio, buttando e donando roba che avevo nei cassetti e negli armadi di casa. Non ho ancora finito.

Poi è arrivata la lettera che ci fecero scrivere prima di partire per il nostro progetto lo scorso anno. Una follia.

Poi sono diventata amica di una ragazza serba che è venuta nella mia città con lo stesso programma con cui mio fratello ed io eravamo partiti.

E tante nuove storie, tante.

La fine spaventa tutti, ma è davvero un nuovo inizio.

Fatico ancora a starci in questo nuovo inizio. Non sopporto il caldo. Non mi sento tranquilla.

Ho lasciato la Lettonia che proprio ero costretta, non volevo farlo.

Tuttavia, sto ancora viaggiando e non intendo fermarmi.

Quando lascio un posto, penso atā e dico ciao, perché in fondo lo preferisco.

Ciao!

Ringrazio l’Associazione InCo per avermi dato anche occasione di scrivere questa storia, che si chiude qui al dodicesimo intervento.

Ringrazio tutti quelli che hanno voluto seguirla con entusiasmo e curiosità.

Vi auguro di partire e ritornare molte volte.

Con il cuore,

sinceramente,

 

            Manuela Vista

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